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sabato 19 dicembre 2009

Festa di compleanno

Buogiorno twilighters!
Per la nostra rubrica pioggia di parole oggi ricordiamo la festa di compleanno peggiore di tutti i tempi. La prova che la sfiga di Bella sia davvero un'arma di distruzione...
Enjoy!


Mi aspettavano tutti nel grande salotto bianco; quando entrai mi saluta-rono in coro, con un «Buon compleanno, Bella!», mentre io, a occhi bassi, arrossivo. Qualcuno, probabilmente Alice, aveva ricoperto ogni centimetro libero di candele rosa e dozzine di vasi di cristallo colmi con centinaia di rose. Su un tavolo, vicino al pianoforte a coda di Edward, sopra una tova-glia bianca spiccavano una torta di compleanno rosa, altri fiori, una pila di piatti di vetro e una piccola montagna di regali avvolti in carta argentata.
Cento volte peggio di quanto immaginassi.
Edward si accorse del mio disagio e per incoraggiarmi mi strinse forte con un braccio, baciandomi sul capo.
Carlisle ed Esme, i suoi genitori - incredibilmente giovani e carini come sempre - erano i più vicini alla porta. Esme mi abbracciò con cautela, sfio-randomi il viso con i capelli morbidi color caramello mentre mi baciava sulla fronte, e Carlisle mi cinse le spalle.
«Mi dispiace, Bella», sussurrò, «ma non siamo riusciti a trattenere Alice».
Dietro di loro c'erano Rosalie ed Emmett. Rosalie non sorrideva, ma per-lomeno non m'incenerì con lo sguardo. Il volto di Emmett era illuminato dal sorriso. Non ci vedevamo da mesi e mi ero dimenticata di quanto stra-ordinariamente bella fosse lei - bella quasi da star male. Ed Emmett, era sempre stato così... grosso?
«Non sei cambiata per niente», disse lui fingendosi deluso. «Mi aspettavo di trovarti cambiata e invece eccoti qui, con le guance rosse di sempre».
«Grazie mille, Emmett», risposi arrossendo ancora di più.
Rise. «Devo uscire un attimo», fece una pausa e strizzò l'occhio ad Alice. «Non combinare guai, mentre sono via».
«Ci provo».
Alice lasciò la mano di Jasper e mi si avvicinò, il sorriso sfavillante sotto le luci accese. Anche Jasper sorrideva, mantenendo le distanze. Alto e biondo, era appoggiato al corrimano, ai piedi della scala. Dopo i giorni in cui eravamo stati costretti a tenerci nascosti a Phoenix, pensavo che avesse superato l'avversione nei miei confronti. Invece, appena libero dall'obbligo di proteggermi, era tornato esattamente al punto di partenza, evitandomi ogni volta che poteva. Sapevo che non era una questione personale, ma soltanto una precauzione, e cercavo di non mostrarmene troppo toccata. Jasper aveva ancora qualche problema di adattamento alla dieta dei Cullen: gli era molto più difficile, rispetto agli altri, resistere all'odore del sangue umano, dato che era il meno allenato della famiglia.
«È ora di aprire i regali», dichiarò Alice. Mi prese a braccetto, con la mano fredda, e mi trascinò fino al tavolo con la torta e i pacchetti luccicanti.
Sfoderai la mia migliore espressione da martire. «Alice, ti avevo detto che non volevo nulla...».
«E io non ti ho ascoltata», m'interruppe, sfacciata. «Apri». Mi tolse di mano la macchina fotografica e la rimpiazzò con una grossa scatola quadrata e argentata.
Era tanto leggera da sembrare vuota. Il biglietto diceva che era un regalo di Emmett, Rosalie e Jasper. Senza pensarci, strappai la carta e fissai la scatola.
Era qualcosa di elettrico, con un nome pieno di numeri. Aprii la scatola per capirci qualcosa di più, ma in effetti era vuota.
«Ehm... grazie».
Rosalie riuscì addirittura a sorridere. Jasper sghignazzò. «È un'autoradio per il tuo pick-up», spiegò. «Emmett è andato subito a installarla, così non la potrai rifiutare».
Alice mi precedeva sempre.
«Jasper, Rosalie... grazie», dissi con un sorriso, e ripensai alle lamentele di Edward a proposito della radio, quel pomeriggio: evidentemente era tutto combinato. «Grazie, Emmett!», gridai.
Sentii la sua risata tonante rimbombare dal pick-up e anch'io non riuscii a trattenere un sorriso.
«Adesso apri quello mio e di Edward», disse Alice, così entusiasta che la sua voce somigliava a un trillo acutissimo. In mano aveva un piccolo involucro, quadrato e piatto.
Mi voltai e rivolsi a Edward uno sguardo inceneritore. «Avevi promes-so».
Prima che potesse rispondere, rispuntò Emmett. «Appena in tempo!», esclamò. Spinse avanti Jasper, che si era avvicinato più del solito per guardare meglio.
«Non ho speso un centesimo», mi rassicurò Edward. Scostò una ciocca di capelli dal mio viso, e un fremito passò sulla mia pelle.
Feci un respiro profondo e mi rivolsi ad Alice. «Dammi», dissi rassegnata.
Emmett ridacchiò divertito.
Afferrai il pacchetto, lo sguardo puntato su Edward, mentre infilavo il dito sotto il bordo del rivestimento per strappare il nastro.
«Oh, cavolo», mormorai, quando la carta mi tagliò il dito; lo alzai per esaminare il danno. Dalla ferita invisibile colava una minuscola goccia di sangue.
Poi accadde tutto molto velocemente.
«No!», ruggì Edward.
Si lanciò verso di me scagliandomi dall'altra parte del tavolo, che si ro-vesciò insieme alla torta, ai regali, ai fiori e piatti. Atterrai in una pioggia di frammenti di cristallo.
Jasper si scontrò con Edward e il fragore fu lo stesso di una valanga di rocce.
Si sentì un altro suono, un ringhio raccapricciante e cavernoso che nasceva dal petto di Jasper.
Cercò di sfuggire alla presa di Edward, mordendo l'aria a pochi centimetri dal suo viso.
Emmett lo afferrò da dietro un istante dopo, bloccandolo nella sua presa d'acciaio, ma Jasper si dimenava, gli occhi impazziti e vuoti puntati verso di me.
Oltre allo spavento, sentivo anche una fitta lancinante. Ero caduta vicino al pianoforte, gettando le braccia in avanti per proteggermi, in mezzo alle schegge di vetro affilate. Dal polso al gomito, ormai il dolore m'invadeva, acuto e bruciante.
Confusa e disorientata, cercai di non badare al rosso vivo del sangue che mi colava dal braccio... e incrociai gli sguardi eccitati di sei vampiri im-provvisamente famelici.

sabato 12 dicembre 2009

Romeo e Giulietta vs Edward e Bella

Buonasera twilighters!
Appuntamento con la rubrica pioggia di parole e stasera una scena che nel film è stata leggermente cambiata. Si tratta del riferimento a Romeo e Giulietta.
Il cambiamento nel film è stato piacevole, non siete d'accordo? XD
Enjoy!


Parcheggiai di fronte a casa di Charlie ed Edward mi si avvicinò prendendo il mio viso tra le mani. Mi sfiorava con delicatezza, premendo la punta delle dita sulle mie tempie, le guance, il profilo del mento. Come fossi un oggetto fragilissimo. Ed era proprio cosi, soprattutto in confronto a lui.
«Dovresti essere di buonumore. Se non oggi, quando?», sussurrò. Sentivo sul viso il suo dolce respiro.
«E se non volessi essere di buonumore?», chiesi, col fiato corto.
I suoi occhi ardevano dorati. «Peccato».
Quando si fece ancora più vicino e posò le labbra ghiacciate sulle mie, la testa mi girava già. Proprio come voleva, riuscì a farmi dimenticare qualsiasi affanno, occupata com'ero a ricordarmi di inspirare ed espirare.
La sua bocca, fredda, morbida e delicata, indugiò sulla mia, finché non lo strinsi forte e mi gettai nel bacio con un eccesso di entusiasmo. Lo sentii sorridere, mentre si allontanava e scioglieva l'abbraccio.
Per salvarmi la vita, Edward aveva posto molti confini di sicurezza alla nostra relazione fisica. Benché rispettassi il suo bisogno di mantenere una certa distanza tra la mia pelle e i suoi denti affilati come rasoi e zeppi di veleno, quando mi baciava tendevo a dimenticare particolari così insignificanti.
«Fai la brava, per favore», sussurrò a un centimetro dal mio collo. Posò di nuovo le labbra sulle mie, con delicatezza, e sciolse definitivamente l'abbraccio incrociandomi le braccia sullo stomaco.
Sentivo un battito martellante nelle orecchie. Mi posai una mano sul cuore. Lo sentivo battere all'impazzata.
«Pensi che migliorerò mai?», chiesi più a me stessa che a lui. «Che un giorno il mio cuore la smetterà di cercare di uscirmi dal petto ogni volta che mi sfiori?».
«Spero proprio di no», mi rispose vagamente compiaciuto.
Alzai gli occhi al cielo. «Adesso andiamo a vedere i Capuleti e i Montecchi che si fanno a pezzi, d'accordo?».
«Ogni tuo desiderio è un ordine».
Edward si lasciò sprofondare nel divano mentre facevo partire il film, saltando i titoli di testa. Quando mi accomodai anch'io sul bordo, davanti a lui, mi cinse i fianchi con un abbraccio e mi strinse al petto. Certo, non era comodo come il cuscino del divano, duro e freddo - e perfetto - come una scultura di ghiaccio, ma lo preferivo assolutamente. Afferrò il vecchio plaid sullo schienale del sofà e mi ci avvolse, per non congelarmi con il suo corpo ghiacciato.
«Sai, Romeo mi ha sempre dato sui nervi», commentò all'inizio del film.
«Cosa c'è che non va in Romeo?», chiesi leggermente offesa. Era uno dei miei personaggi preferiti. Prima di incontrare Edward mi ero quasi presa una cotta per lui.
«Be', prima di tutto è innamorato di questa Rosalina... Non ti pare un po' volubile, il ragazzo? Poi, qualche minuto dopo il matrimonio, uccide il cugino di Giulietta. Poco intelligente, davvero. Un errore dopo l'altro. Peggio di così non avrebbe potuto fare per demolire la propria felicità».
Feci un sospiro. «Vuoi che lo guardi da sola?».
«No, non preoccuparti, tanto io resto qui a guardare te». Con le dita tracciava disegni immaginari sul mio braccio, facendomi venire la pelle d'oca. «Pensi che piangerai?».
«Probabilmente sì, se seguo la trama».
«Allora cercherò di non distrarti». Ma sentivo le sue labbra sui capelli e quelle mi distraevano, altroché.
Il film riuscì a catturare la mia attenzione, soprattutto grazie a Edward che mi sussurrava nell'orecchio le battute di Romeo. In confronto alla sua voce vellutata e irresistibile, quella del protagonista sembrava rauca, debole. E, con suo gran divertimento, piansi quando Giulietta si svegliò e trovò il marito morto.
«Ti confesso che qui lo invidio un po'», disse Edward, asciugandomi le lacrime con una ciocca dei miei capelli.
«In effetti lei è molto carina».
Rispose con un'espressione disgustata. «Non gli invidio la ragazza... ma la facilità con cui si è suicidato», precisò, punzecchiandomi. «Per voi umani è così facile! Vi basta buttare giù una fialetta di estratto vegetale...».
«Cosa?», esclamai.
«Una volta ci ho dovuto pensare, e grazie all'esperienza di Carlisle sapevo che non sarebbe stato semplice. Non so neanche a quanti tentativi di suicidio sia sopravvissuto lui, all'inizio... dopo essersi reso conto di ciò che era diventato...». Da serio, il suo tono si rifece ironico. «Oltretutto, è ancora in forma smagliante».
Mi voltai per guardarlo in faccia. «Cosa stai dicendo? Cosa vuol dire che una volta ci hai dovuto pensare?».
«La primavera scorsa, quando hai rischiato di... morire...». Fece una pausa per respirare, sforzandosi di apparire ancora rilassato e ironico. «Ovviamente cercavo di concentrarmi per ritrovarti ancora viva, ma una parte di me valutava tutte le alternative. Come ho detto, per me non è facile come per gli esseri umani».
[…] Scossi la testa, come per liberarmi dei brutti ricordi, e cercai di capire cosa volesse dire Edward, mentre mi si apriva una voragine nello stomaco. «Di quali alternative parli?», domandai.
«Be', non sarei mai riuscito a vivere senza di te». Alzò gli occhi al cielo, come se fosse una considerazione ovvia e infantile. «Ma non sapevo come avrei fatto... sapevo di non poter contare su Emmett e Jasper... perciò pensai di andare in Italia, a scatenare l'ira dei Volturi».
Non potevo credere che dicesse sul serio, ma i suoi occhi dorati risplendevano, fissi su un punto lontano, mentre ripensava a quando aveva deciso di mettere fine alla propria vita. D'un tratto fui presa dalla rabbia.
«Cosa sono i Volturi?», chiesi.
«Una famiglia», rispose ancora con lo sguardo lontano. «Una famiglia di nostri simili, molto antica e potente. Quanto di più vicino abbiamo a una casata reale, più o meno. Da giovane, prima di trasferirsi in America, Carlisle ha vissuto per un po' con loro in Italia... ricordi la storia?».
«Certo che sì».
[…]«Comunque sia, i Volturi non vanno fatti arrabbiare», proseguì Edward, interrompendo il mio sogno a occhi aperti. «A meno che non si cerchi la morte, o qualunque altra cosa ci tocchi». La sua voce era talmente calma da far apparire banale anche quella prospettiva.
La mia rabbia si trasformò in orrore. Presi il suo volto marmoreo tra le mani e lo strinsi forte.
«Non devi mai, mai, mai più pensare a una cosa del genere!», dissi. «Non importa ciò che potrebbe accadere a me, non ti permetterò di fare del male a te stesso!».
«È un discorso inutile... non ti metterò mai più in pericolo».
«Come se fosse colpa tua! Mi sembrava che avessimo deciso che sono io ad attirare le disgrazie». La rabbia cresceva. «Come ti passa per la testa una cosa del genere?». La sola idea della scomparsa di Edward, anche dopo la mia morte, scatenava un dolore insopportabile.
«E tu, cosa faresti se i ruoli fossero invertiti?», domandò.
«Non è la stessa cosa».
Non sembrava cogliere la differenza. Soffocò una risata.
«Se succedesse qualcosa a te?», chiesi, e a quel pensiero impallidii. «Preferiresti che anch'io mi togliessi di mezzo?».
Sui suoi lineamenti perfetti apparve un'ombra di sofferenza.
«Adesso, penso di capirti... un po'», ammise. «Ma cosa farei io senza di te?».
«Quello che facevi prima che arrivassi a complicarti l'esistenza».
Sospirò. «Per te è tutto così facile».
«Lo è. In fondo non sono così interessante».
Stava per controbattere, ma preferì lasciar perdere. «Discorso inutile», ribadì.

sabato 5 dicembre 2009

Il peggior incubo di Bella: diventare vecchia!

Buonasera lupacchiotte e vampirelle!
Appuntamento come ogni sabato con la nostra rubrica Pioggia di parole e proprio la scorsa settimana abbiamo iniziato a rileggere New Moon.

Stasera riprendiamo una delle scene che nel film ha sorpreso di più, siete d'accordo? Si parla del primo sogno di Bella con la presunta nonna Marie e Edward in tutto il suo splendore.
Enjoy!

Ero sicura al novantanove virgola nove per cento che fosse un sogno.
Ne ero certa perché, innanzitutto, ero illuminata da un raggio di sole - accecante, limpido, impossibile a vedersi nella piovigginosa Forks, la cittadina dello Stato di Washington che mi aveva adottata - e poi perché guardavo in faccia mia nonna Marie: era morta da sei anni, perciò anche quella era una prova decisiva.
Non era cambiata granché; la ricordavo proprio così. La pelle era morbida e rugosa, solcata da migliaia di piccole increspature che correvano delicate sul velo di pelle affondando fino alle ossa. Come un'albicocca avvizzita avvolta in una nuvola di capelli folti e bianchi. Sulle nostre labbra - le sue erano una piega raggrinzita - comparve lo stesso sorriso, sorpreso e appena accennato, nel medesimo istante. Forse la mia apparizione era una sorpresa anche per lei.
Ero sul punto di farle una domanda: ne avevo tante - cosa ci faceva nel sogno?, come aveva trascorso gli ultimi sei anni?, il nonno stava bene?, si erano ritrovati, dovunque fossero? - ma appena tentai di parlare lo fece anche lei, e preferii tacere per non interromperla. Anche lei restò in silenzio ed entrambe sorridemmo di quel leggero imbarazzo.
«Bella?».
Non era la nonna a chiamarmi e insieme ci voltammo a guardare chi si stava aggiungendo alla nostra piccola riunione di famiglia. Ma non avevo bisogno di vederlo per sapere chi fosse: quella voce l'avrei riconosciuta ovunque; la riconoscevo sempre con emozione, che fossi sveglia, addor-mentata... persino da morta. La voce per cui ero disposta a camminare nel fuoco, oppure, senza esagerare, a sguazzare per una vita intera sotto un'interminabile pioggia fredda.
Edward.
Benché, consapevole o meno, incontrarlo mi desse sempre un brivido, e malgrado fossi quasi sicura di sognare, fui presa dal panico quando lo vidi avanzare verso di noi sotto la luce abbagliante del sole. La nonna non sa-peva che fossi innamorata di un vampiro, anzi nessuno lo sapeva. Come avrei spiegato i riflessi luccicanti che s'irradiavano dalla sua pelle, simili a migliaia di frammenti iridescenti, come fosse fatto di cristallo o di diamante?
Be', nonna, ti sarai accorta che il mio ragazzo risplende. Gli capita alla luce del sole. Non preoccuparti...

Che intenzioni aveva? L'unica ragione per cui si era trasferito a Forks, il posto più piovoso del mondo, era la possibilità di uscire alla luce del sole senza rivelare il segreto della sua famiglia. Eppure, eccolo camminare aggraziato verso di me, con il suo più bel sorriso sul volto angelico, come fossi da sola.
In quel momento desiderai di non essere l'unica a risultare immune al suo talento misterioso: di solito mi compiacevo di essere la sola persona di cui non percepisse i pensieri come fossero parole pronunciate ad alta voce. Ma ora speravo che si accorgesse dell'avvertimento che gli urlavo tra me e me. Lanciai un'occhiata alla nonna, ma era troppo tardi. Si stava voltando anche lei verso di me, con uno sguardo altrettanto allarmato.
Edward - sempre armato di quel sorriso magnifico, capace di riempirmi il cuore tanto da farlo scoppiare - mi cinse le spalle con un braccio e si voltò a guardare la nonna.
L'espressione di lei mi stupì. Anziché spaventarsi, mi fissava impacciata, come attendesse un rimprovero. E la sua posizione era molto strana: un braccio goffamente teso a cingere l'aria attorno a sé, quasi abbracciasse qualcuno o qualcosa di invisibile...
Solo in quell'istante la visuale si allargò e mi accorsi dell'enorme cornice dorata che racchiudeva la sagoma di mia nonna. Perplessa, allungai la mano che non stringeva Edward per toccarla. Lei ripeté lo stesso movimento, come uno specchio. E nel punto in cui le nostre dita avrebbero dovuto sfio-rarsi, non c'era nient'altro che vetro freddo...
Con un balzo vertiginoso, il sogno si trasformò in un incubo.
Non c'era nessuna nonna.
Quella ero io. Io allo specchio. Io: vecchia, rugosa e rinsecchita.
Edward era al mio fianco, ma lo specchio non rifletteva la sua bellezza straziante e il suo aspetto da eterno diciassettenne.
Sfiorò con le labbra ghiacciate e perfette la mia guancia devastata.
«Buon compleanno», mi sussurrò.

Mi risvegliai di soprassalto, senza fiato, spalancando gli occhi. Una luce grigia e smorta, il chiarore tipico delle mattine di cielo coperto, prese il posto del sole accecante che avevo sognato.
Era soltanto un sogno, soltanto un sogno. Ripresi fiato per calmarmi, ma scattai di nuovo al suono della sveglia. Il piccolo calendario nell'angolo del display m'informò che era il 13 settembre.
Era stato soltanto un sogno, ma un sogno premonitore. Quel giorno era il mio compleanno. Avevo ufficialmente diciotto anni.

sabato 28 novembre 2009

Pioggia di parole - Inizia New Moon

Ciaoo a tutti!!!
Questa settimana inauguriamo, per la rubrica Pioggia di Parole, la sezione dedicata a New Moon, secondo capitolo della saga che tanto amiamo!
E come cominciare nel miglior modo, se non con la prima pagina del libro...oltre alla citazione da Romeo e Giulietta, riportata fedelmente anche nel film, il richiamo a quello che attende alla fine del libro, culmine della storia, il momento con la massima suspence.
Godiamocelo, di nuovo, insieme;)
Buona lettura!

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Queste gioie violente hanno fini violente.
Muoiono nel loro trionfo, come la polvere da sparo e il fuoco,
Che si consumano al primo bacio.

ROMEO E GIULIETTA, atto II, scena VI


Prefazione

Mi sentivo intrappolata come in uno di quegli incubi terrificanti in cui, per quanto corri e corri finché i polmoni non ti scoppiano, non sei mai abbastanza veloce. Più cercavo di farmi strada tra la folla impassibile, più le gambe sembravano lente, ma le lancette della grande torre campanaria non accennavano a rallentare. Vigorose, indifferenti e spietate, giravano ineso-rabili verso la fine... la fine di tutto.
Però non era un sogno, e nemmeno un incubo in cui correvo per salvare la mia vita: in gioco c'era qualcosa di infinitamente più prezioso. Quel giorno, della mia vita m'importava poco.
Secondo Alice avevamo molte probabilità di morire entrambe. Forse il nostro destino sarebbe stato diverso se la luce del sole non l'avesse imprigionata. Soltanto io ero libera di attraversare di corsa la piazza luminosa e affollata.
E non ero abbastanza veloce.
Perciò non m'importava che fossimo circondate da avversari straordinariamente pericolosi. Al primo rintocco delle campane, che rimbombavano nel terreno sotto i miei piedi spossati, capii di essere in ritardo, lieta che ad aspettarmi ci fosse un nemico assetato di sangue. Perché, se avessi fallito, avrei rinunciato a qualsiasi desiderio di vivere.
Ecco un altro rintocco, mentre i raggi del sole picchiavano dal centro esatto del cielo.

sabato 14 novembre 2009

Pioggia di parole - La luce dell'alba

Buonaseraa a tutti!
Proprio in questo fine settimana concludiamo, per la rubrica Pioggia di Parole, con i brani tratti da Twilight.
Quindi, ecco il gran finale, tra ospedale e ballo di fine anno a scuola;)
Enjoy!


«Sssh, Bella... calmati».
«Non lasciarmi», lo implorai, senza voce.
«No, te lo prometto. Adesso rilassati, così chiamo l'infer­miera con i tranquillanti».
Ma il mio cuore non rallentava.
«Bella», mi accarezzò le guance, nervoso, «non andrò da nessuna parte. Sarò al tuo fianco ogni volta che avrai bisogno di me».
«Giura che non mi lascerai», bisbigliai. Cercavo almeno di controllare l'affanno. Sentivo le costole pulsare.
Avvicinò il mio viso al suo, tenendolo tra le mani. Il suo sguardo era aperto e serio. «Lo giuro».
Il profumo del suo respiro mi tranquillizzò. Riusciva a pla­care il dolore che sentivo respirando. Edward sostenne il mio sguardo fino a quando il mio corpo non iniziò a rilassarsi, len­tamente, e il ritmo del cuore tornò normale. Aveva gli occhi scuri, più neri che dorati.
«Va meglio?», chiese.
«Credo di sì».
Scosse il capo e mormorò qualcosa. Mi sembrava di aver colto le parole "reazione esagerata".
«Perché hai detto una cosa del genere, prima?», sussurrai, cercando di mantenere salda la voce. «Sei stanco di dovermi salvare in continuazione? Vuoi davvero che me ne vada?».
«No, non voglio stare senza te, Bella, certo che no. Sii raziona­le. Neanche doverti salvare è un problema. Ma il fatto è che sono io stesso a metterti in pericolo... in fondo è colpa mia se sei qui».
«Sì, se non fosse stato per te non sarei qui... viva».
«A malapena». La sua voce era un sussurro. «Coperta di bende e cerotti, nemmeno in grado di muoverti».
«Non parlo dell'ultima volta in cui ho rischiato di morire», sbottai, irritata. «Ce ne sono altre, scegline una. Se non ci fossi stato tu, sarei finita a marcire nel cimitero di Forks».
Le mie parole lo fecero sussultare, ma lo sguardo tormenta­to non se ne andava dai suoi occhi.
«Non è questa la parte peggiore, comunque», proseguì. Era come se non avessi parlato. «Non è stato averti vista là, sul pa­vimento... sottomessa e picchiata». La sua voce era soffocata. «Non è stato temere che fossi arrivato davvero troppo tardi. Nemmeno sentirti urlare di dolore... o tutti quei ricordi insop­portabili che porterò con me per l'eternità. No, la parte peggiore è stata sentire... sapere che non sarei riuscito a fermarmi. Essere convinto che sarei stato io a ucciderti».
«Ma non l'hai fatto».
«Avrei potuto. Senza sforzo».
Dovevo mantenere la calma... ma stava cercando di convin­cersi a lasciarmi, e il panico che mi aveva riempito i polmoni voleva uscire.
«Prometti», mormorai.
«Cosa?».
«Lo sai, cosa». A quel punto stavo per arrabbiarmi. Era te­stardamente determinato a battere sul tasto del pessimismo.
Sentì cambiare il mio tono di voce. Mi guardò torvo. «A quanto pare non sono abbastanza forte da poterti stare lonta­no, perciò immagino che alla fine farai a modo tuo... anche a costo di farti uccidere». Aggiunse quelle ultime parole in tono sgarbato.
«Bene». Non aveva promesso però, e la cosa non mi era sfuggita. Trattenevo a stento il panico; non mi era rimasto un briciolo di forza per controllare la rabbia. «Hai detto che ti sei fermato... adesso voglio sapere perché».
«Perché?».
«Perché l'hai fatto. Perché non hai lasciato che il veleno en­trasse in circolo? A quest'ora sarei uguale a te».
I suoi occhi diventarono neri e opachi, e ricordai che lui non aveva mai voluto che scoprissi certi particolari. Alice, proba­bilmente, era occupata a mettere ordine in ciò che aveva sco­perto della propria vita... oppure aveva trattenuto i pensieri in presenza di Edward. In ogni modo, era chiaro: lui non sospet­tava affatto che la sorella mi avesse spiegato la meccanica delle trasformazioni vampiresche. Era sorpreso e infuriato. Dilatò le narici, la sua bocca sembrava incisa nella pietra.
Non intendeva degnarmi di una risposta, era evidente.
«Sono la prima ad ammettere di non essere esperta di rela­zioni», dissi io, «ma mi sembra quantomeno logico... tra un uomo e una donna deve esserci una certa parità... per esem­pio, non può toccare sempre a uno solo dei due salvare l'altro. Devono potersi salvare a vicenda».
Seduto sul bordo del letto, incrociò le braccia e ci affondò il mento. Sembrava più tranquillo, tratteneva la sua furia. Evi­dentemente aveva deciso di arrabbiarsi con qualcun altro. Speravo di poter avvertire Alice prima che la incrociasse.
«Ma tu mi hai salvato», disse piano.
«Non posso essere sempre Lois Lane. Voglio essere anche Superman».
«Non sai cosa mi stai chiedendo». Parlava in tono pacato. Fissava il bordo della federa.
«Invece credo di sì».
«Bella, non te ne rendi conto. Ci penso da quasi novant'an­ni e non mi sono ancora fatto un'idea».
«Vorresti che Carlisle non ti avesse salvato?».
«No, non è così». S'interruppe qualche istante. «Ma la mia vita era giunta al termine. Non stavo rinunciando a niente».
«La mia vita sei tu. Soffrirei davvero soltanto se perdessi te». Stavo migliorando. Era facile ammettere a che punto aves­si bisogno di lui.
Ma Edward restava calmo. Deciso.
«Non posso farlo, Bella, e non lo farò».
«Perché no?». Avevo la gola secca, le parole non uscivano chiare come desideravo. «E non dirmi che è troppo difficile! Dopo oggi, o qualche giorno fa, quando è stato... be', dopo tutto questo, dovrebbe essere una passeggiata!».
Mi squadrò.
«E il dolore?», chiese.
Sbiancai. Non potei impedirmelo. Ma cercai di non far tra­pelare quanto bene ricordassi quella sensazione... il fuoco nel­le vene.
«È un problema mio. Posso cavarmela».
«A volte capita di trascinare il coraggio fino al punto in cui diventa pazzia».
«Poco importa. Tre giorni. Cosa vuoi che siano».
Edward reagì con una smorfia alle mie parole: dimostravo di essere più informata di quanto lui avrebbe desiderato. Lo vidi reprimere la rabbia e tornare a riflettere.
«E Charlie?», chiese all'improvviso. «Renée?».
Restai in silenzio, cercavo disperatamente una risposta, e i minuti passavano. Aprii la bocca, senza emettere suono. La ri­chiusi. Lui aspettava, con espressione trionfante, perché sape­va che non avevo una risposta degna di questo nome.
«Senti, nemmeno quello è un problema», bofonchiai infine; il mio tono di voce era poco convincente, come ogni volta che mentivo. «Renée ha sempre scelto ciò che le sembrava più giu­sto; non si opporrebbe se mi comportassi nello stesso modo. E Charlie si riprenderebbe, è flessibile, e si era abituato a stare da solo. Non posso badare a loro per sempre. Io voglio vivere la mia vita».
«Appunto. E non sarò io a farla terminare».
«Se aspettavi che fossi sul letto di morte, sappi che ci sono stata eccome!».
«Sì, però ti rimetterai».
Respirai a fondo per tranquillizzarmi, senza badare alla fitta nelle costole. Lo fissai, e lui mi restituì lo sguardo. La sua espressione non ammetteva compromessi.
«Invece no», risposi, piano.
Aggrottò le sopracciglia. «Certo che sì. Al massimo ti reste­ranno un paio di cicatrici...».
«Ti sbagli. Morirò».
«Sul serio, Bella». Si era innervosito. «Tra qualche giorno ti dimetteranno. Due settimane al massimo».
Lo inchiodai con uno sguardo: «Forse non morirò subito... ma prima o poi succederà. Ogni giorno, ogni minuto, quel mo­mento si avvicina. E diventerò vecchia».
Si rabbuiò quando capì cosa intendevo, chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie. «È così che succederà. Come dovrebbe succedere. Come sarebbe successo se io non fossi esistito... e io non sarei dovuto esistere».
Sbuffai. Lui aprì gli occhi, sorpreso.
«Che stupidaggine. Mi sembra di sentire il vincitore di una lotteria che, dopo avere riscosso il premio, dice: "Ehi, tornia­mo indietro alla normalità, è meglio così". Non me la dai a bere, sai».
«Sono tutt'altro che il premio di una lotteria».
«È vero. Sei molto meglio».
Alzò gli occhi e strinse le labbra. «Bella, non voglio più par­larne. Mi rifiuto di condannarti a un'eternità di notti e buio, punto e basta».
«Se pensi che possa finire qui, vuol dire che non mi conosci bene. Non sei l'unico vampiro che conosco». Il mio era un av­vertimento.
I suoi occhi ridiventarono neri. «Alice non oserebbe».
E per un istante mi spaventò a tal punto da essere costretta a credergli: non riuscivo a immaginare nessuno tanto coraggio­so da mettersi contro di lui.
«Alice ha già visto tutto, vero? Per questo ce l'hai con lei. Sa che un giorno... diventerò come te».
«Si sbaglia. Se è per questo, ti ha anche vista morta, ma non è accaduto».
«Per quel che mi riguarda, non scommetterò mai contro di lei».
Ci squadrammo a lungo. Il silenzio era rotto soltanto dal ronzio delle macchine, dai bip, dal gocciolare della flebo e dai rintocchi dell'orologio a muro. Finalmente, il suo viso si rilassò.
«Dunque la conclusione è...?», domandai.
Lui sorrise amaro. «Mi sembra che si chiami impasse».
[…]
Capii che l’infermiera se ne era andata quando qualcosa di freddo e li­scio mi sfiorò le guance.
«Resta», biascicai.
«Si, te lo prometto». La sua voce era bellissima, come una ninna nanna. «Come ho detto, finché lo desideri... finché è la cosa migliore per te».
Cercai di scuotere la testa, ma era troppo pesante. «... 'n è la stessa cosa», farfugliai.
Lui rise. «Non preoccuparti di questo adesso, Bella. Possia­mo ricominciare a discutere quando ti svegli».
Sorrisi, forse. «...'a bene».
Sentii le sue labbra vicino all'orecchio.
«Ti amo», sussurrò.
«Anch'io».
«Lo so», e rise, sottovoce.
Voltai la testa lentamente... in cerca. Sapeva di cosa. Le sue labbra sfiorarono le mie, con delicatezza.
«Grazie», mormorai.
«Di niente».
Non ero più tanto presente. Combattevo stancamente con­tro lo stordimento. Mi restava una sola cosa da dirgli.
«Edward?». Pronunciare il suo nome correttamente era una faticaccia.
«Sì?».
«Io scommetto su Alice».
E la notte si chiuse su di me.



Edward mi aiutò a salire sulla sua auto, attento a non rovi­nare gli svolazzi di seta e chiffon del mio vestito, i fiori che ave­va appena appuntato sui miei riccioli acconciati alla perfezione e l'ingombrante ingessatura alla gamba. Ignorò la mia espres­sione scocciata.
Dopo avermi sistemata sul sedile, si accomodò al posto di guida e fece retromarcia sul viale lungo e stretto.
«Posso sapere quando ti prenderai la briga di rivelarmi cosa sta succedendo?», chiesi, scontrosa. Odiavo sinceramente le sorprese. E lui lo sapeva.
«È assurdo che tu non abbia ancora capito». Ridacchiava di un riso beffardo che mi tolse il respiro. Mi sarei mai abituata a tutta quella perfezione?
«Ti ho informato del fatto che sei molto carino, vero?».
«Sì». Sorrise ancora. Non l'avevo mai visto vestito di nero, e il contrasto dell'abito con la carnagione pallida rendeva la sua bellezza assolutamente surreale. Non potevo negarlo, benché il fatto che indossasse uno smoking mi rendesse molto nervosa.
Mai nervosa quanto mi rendeva il mio vestito. E la scarpa. Solo una, visto che l'altro piede era ancora alloggiato nell'inges­satura. Ma il tacco a spillo ancorato al mio piede solo da un laccetto di seta non mi avrebbe affatto aiutata a zampettare in giro.
«Non verrò mai più da nessuna parte con te, se mi toccherà di nuovo farmi trattare da Alice come Barbie-cavia-da-laboratorio», brontolai. Avevo trascorso quasi l'intera giornata nel bagno di Alice, tanto grande da potercisi perdere, vittima iner­me di lei che giocava alla parrucchiera e alla truccatrice. Ogni volta che mi lamentavo o le suggerivo qualcosa, mi pregava, vi­sto che non aveva memoria del suo essere stata umana, di non rovinarle quel divertimento. Poi mi aveva costretta a indossare il più ridicolo dei vestiti: blu scuro, pieno di trine e senza spal­line, con un sacco di etichette francesi che non capivo. Si addi­ceva più a una passerella di moda che a Forks. Il nostro abbi­gliamento formale non prometteva niente di buono, di questo ero sicura. A meno che... ma avevo paura di tradurre i miei so­spetti in parole o in pensieri.
[…]
«Mi stai portando al ballo di fine anno!», strillai.
Era un'ovvietà tale da mettermi in imbarazzo. Se ci avessi fatto caso, avrei notato la data sui manifesti che tappezzavano la scuola. Ma ero convinta che nemmeno per scherzo mi avreb­be fatto subire un'umiliazione del genere. Non mi conosceva?
Di sicuro non si aspettava una reazione tanto energica. Mi guardò serio, a denti stretti: «Non fare la difficile, Bella».
Lanciai uno sguardo al finestrino: eravamo già a metà strada.
«Perché mi stai facendo questo?», chiesi, terrorizzata.
Lui indicò il suo smoking. «Sinceramente, Bella, dove cre­devi che ti volessi portare?».
Ero mortificata. Prima di tutto, perché l'evidenza mi era sfuggita. E poi, perché i vaghi sospetti - speranze, in realtà - che avevo avuto nel pomeriggio, mentre Alice tentava di tra­sformarmi in una reginetta di bellezza, erano lontanissimi dal vero. Le mie speranze velate di paura, a quel punto, sembrava­no un'idiozia.
Avevo intuito che fosse un'occasione speciale. Ma non il ballo! Era l'ultimo dei miei pensieri.
Sentii lacrime di rabbia scorrermi sulle guance. Ricordai con fastidio che, contro le mie abitudini, avevo il mascara. Mi stro­finai subito sotto gli occhi per evitare di macchiarmi. La mano non era sporca: la saggia Alice aveva scelto cosmetici resistenti all'acqua.
«È ridicolo. Perché piangi?», chiese irritato.
«Perché mi hai fatta arrabbiare!».
«Bella». Mi colpì con tutta la forza dei suoi occhi dorati e ardenti.
«Cosa?», mormorai, turbata.
«Assecondami. Per piacere».
Il suo sguardo aveva sciolto tutta la mia furia. Era impossi­bile litigare, quando barava in quel modo. Mi arresi, tutt'altro che di buon grado.
«Bene», mormorai, incapace di squadrarlo come mi sarebbe piaciuto. «Te la do vinta. Ma vedrai. È un bel po' che non m'imbatto in una vera disgrazia. Come minimo mi romperò l'altra gamba. Guarda la scarpa! È una trappola mortale!». Gli mostrai la gamba buona per convincerlo.
«Mmm». La fissò molto più a lungo del necessario. «Stasera voglio ringraziare Alice, ricordamelo».
«Ci sarà anche lei?». L'idea mi dava un pò di sollievo.
«Assieme a Jasper, Emmett... e Rosalie».
Il sollievo svanì. Non avevo fatto il minimo progresso con Rosalie, benché i rapporti con il suo quasi marito fossero più che buoni. Emmett apprezzava la mia presenza: lo divertivo, forse per le mie bizzarre reazioni umane... o forse perché tro­vava buffo che inciampassi in continuazione. Rosalie si com­portava come se non esistessi. Scrollai il capo come per indiriz­zare i miei pensieri altrove e cambiai discorso.
«Charlie è al corrente di questo?» chiesi, diffidente.
«Certo». Poi soffocò una risata.
[…]
Edward scese dall'auto e venne ad aprirmi la portiera. Mi offrì la mano.
Rimasi testardamente seduta al mio posto, a braccia conser­te, beandomi in segreto della mia vanità. Il parcheggio era affollato di persone in abito da sera: tutti testimoni. Edward non avrebbe potuto estrarmi dall'auto con la forza, come non avrebbe esitato a fare se fossimo stati soli.
Sospirò: «Di fronte a un assassino sei coraggiosa come un leone, ma basta che qualcuno parli di ballare...». Scosse il capo.
Trasalii. Ballare.
«Bella, ti terrò lontana da tutti i pericoli, compresa te stessa. Non ti mollerò un attimo, lo prometto».
Ci pensai sopra, e subito mi sentii molto meglio. Me lo si leggeva in faccia.
«Forza, adesso», disse gentile. «Non sarà così male». Si chinò e con un braccio mi cinse la vita. Afferrai l'altra mano, e mi lasciai sollevare per uscire dall'auto.
Mi aiutò a zoppicare fino all'ingresso della scuola, tenendo­mi stretta.
[...]

«Edward». Dalla mia gola totalmente secca non uscì che un rantolo. «Sinceramente, non so ballare!». Sentivo il panico bruciarmi dentro.
«Sciocca, non preoccuparti», rispose. «Io sì». Guidò le mie mani a cingergli il collo, mi sollevò appena e fece scivolare i piedi sotto i miei.
E anche noi ci ritrovammo a roteare.
«Mi sembra di avere cinque anni», dissi ridendo, dopo qual­che minuto di quel valzer in cui ero trasportata senza sforzo.
«Non li dimostri», mormorò stringendomi di più a sé, e per un istante volai a qualche centimetro dal suolo.
Alice incrociò il mio sguardo e mi rivolse un sorriso di inco­raggiamento, che ricambiai. A sorpresa, mi resi conto che mi stavo divertendo... un po'.
«Okay, non è così male, lo ammetto».
[…]
Rimasti soli, mi sollevò tra le braccia e mi portò con sé attra­verso il prato ormai buio, fino alla panchina ai piedi dei cor­bezzoli. Si sedette e prese a cullarmi stringendomi contro il suo petto. La luna era già sorta, faceva capolino attraverso le nuvo­le sottili, e il volto di Edward brillava pallido alla luce bianca. Le labbra erano tese, gli occhi irrequieti.
«Allora?», chiesi io sottovoce.
Non mi ascoltava, guardava la luna.
«Di nuovo il crepuscolo», mormorò. «Un'altra fine. Ogni giorno deve finire, anche il più perfetto».
«Non è detto che tutto abbia una fine», mormorai tra me, improvvisamente tesa.
Lui lasciò sfuggire un sospiro.
Infine, rispose alla mia domanda, lentamente: «Ti ho porta­ta al ballo perché desidero che tu non ti perda niente. Non vo­glio che la mia presenza ti privi di nulla, finché mi è possibile. Voglio che tu sia umana. Voglio che la tua vita prosegua come se fossi morto nel 1918, come era mio destino».
Tremai a quelle parole e scossi il capo con stizza. «In quale strana dimensione parallela pensi che sarei venuta al ballo di mia spontanea volontà? Se tu non fossi mille volte più forte di me, non ti avrei mai lasciato fare».
Sulle sue labbra passò un sorriso, ma lo sguardo restò serio. «Non è andata così male, l'hai ammesso anche tu».
«Perché ero con te».
Per un po' restammo in silenzio: Edward guardava la luna, io guardavo lui. Come avrei voluto sapergli spiegare quanto poco mi interessasse una normale vita da umana.
«Mi dici una cosa?», chiese, sbirciandomi col suo solito mezzo sorriso sulle labbra.
«Non ti dico sempre tutto?».
«Promettilo», insistette.
Sapevo che me ne sarei pentita all'istante: «D'accordo».
«Mi sei sembrata sinceramente sorpresa quando hai capito che ti stavo portando qui...».
«Sì, lo ero», lo interruppi.
«Appunto... ma certo sospettavi qualcos'altro... Sono curio­so: per quale occasione pensavi che ti avessi fatto vestire così?».
Ecco, pentimento istantaneo. Increspai le labbra, esitante. «Non te lo dico».
«Hai promesso».
«Lo so».
«Che problema c'è?».
Di certo pensava che fosse soltanto per imbarazzo. «Non vorrei farti arrabbiare... o intristire».
Aggrottò le sopracciglia e ci pensò su. «Non m'importa. Per favore, dimmelo».
Feci un sospiro. Lui restò in attesa.
«Be'... davo per scontato che fosse un'occasione... speciale. Ma non immaginavo che fosse una mediocre faccenda uma­na... Il ballo di fine anno!», dissi sprezzante.
«Umana?», chiese, senza fare una piega. Aveva colto la pa­rola chiave.
Mi guardai il vestito, giocherellando con un lembo dello chiffon. Edward, muto, restava in attesa.
«Va bene». Mi decisi a confessare. «Ecco, speravo che aves­si cambiato idea... e che ti fossi deciso a cambiare me, dopo­tutto».
Sul suo viso apparve un arcobaleno di emozioni. Alcune erano riconoscibili: rabbia... tormento... ma alla fine si ricom­pose e la sua espressione si fece allegra, divertita.
«E secondo te quella sarebbe stata un'occasione da vestito da sera, eh?», disse, provocandomi, e aggiustò il risvolto della giacca da smoking.
Abbassai gli occhi per nascondere l'imbarazzo. «Non so come funzionano queste cose. A me, però, sembra più logico che per un ballo di fine anno». Non smetteva di sogghignare. «Non c'è niente da ridere», tagliai corto.
«No, hai ragione, certo che no», e il suo sorriso spari. «Però preferisco prenderla a ridere, piuttosto che credere che tu pos­sa dire sul serio».
«Ma io dico sul serio».
Fece un sospiro profondo. «Lo so. E ci terresti davvero?».
Nei suoi occhi si riaffacciò il tormento. Annuii, mordendo­mi un labbro.

«E allora preparati alla fine», mormorò, quasi tra sé. «Pre­parati al crepuscolo della tua vita appena iniziata. Preparati a rinunciare a tutto».
«Non è la fine, è l'inizio. È la luce dell'alba», lo corressi, sot­tovoce.
«Non ne sono degno», rispose lui, triste.
«Ricordi quando mi hai detto che non avevo una percezione chiara di me stessa?», chiesi, alzando le sopracciglia. «Eviden­temente tu sei cieco allo stesso modo».
«Io so ciò che sono».
Sospirai.
Ma nel suo umore volubile, si concentrò su di me. Strinse le labbra e iniziò a scrutarmi da vicino. Per qualche lunghissimo istante esaminò il mio viso.
«Perciò, ti senti pronta?».
«Ehm», deglutii. «Sì».
Sorrise e inclinò la testa fino a sfiorarmi con le labbra fredde l'incavo sotto il mento.
«Adesso?», disse in un soffio e mi fece sentire il fiato fresco sul collo. Involontariamente, rabbrividii.
«Sì», sussurrai, per nascondere che la voce mi tremava. Se pensava che stessi bluffando, si sbagliava di grosso. Avevo già deciso, ero sicura. Non importava che in quel momento fossi rigida come una tavola di legno, stringessi i pugni e respirassi a malapena...
Rise cupo e si allontanò. Sembrava deluso.
«Secondo te cederei così facilmente?», chiese sarcastico, ma con un filo di amarezza.
«Sognare non costa niente».
Sgranò gli occhi. «Questo sarebbe il tuo sogno? Diventare un mostro?».
«Non proprio», risposi, rabbuiandomi alla parola che aveva scelto. Mostro, figuriamoci. «Più che altro, sogno di restare con te per sempre».
La sua espressione cambiò, resa mesta e dolce dal sottile do­lore che m'incrinava la voce.
«Bella». Con le dita sfiorò il contorno delle mie labbra. «Sta­rò sempre con te. Non ti basta?».
Il sorriso mi si aprì sotto le sue dita. «Mi basta, per ora».
La mia tenacia lo fece spazientire. Nessuno dei due si sareb­be arreso, quella sera. Dalla sua bocca uscì uno sbuffo che so­migliava più a un ruggito.
Gli sfiorai il viso. «Stammi a sentire. Ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo, senza eccezioni. Non ti basta?».
«Sì, mi basta», rispose, sorridendo. «Mi basta, per sempre».
E mi sfiorò di nuovo il collo con le labbra fredde.

sabato 7 novembre 2009

Pioggia di parole - Angelo

Buon sabato sera!
Appuntamento con pioggia di parole come ogni settimana.
Superando il conflitto con James, arriviamo ad una scena cruciale: il salvataggio di Bella ad opera di Edward.
Senza tutto il suo amore non sarebbe stato in grado di fermarsi dall'ucciderla nel tentativo di succhiare via il veleno, che altrimenti l'avrebbe trasformata.
Immaginate, Bella già trasformata al primo libro...quanto ci saremmo persi!? XDD

Enjoy!


Andavo alla deriva, e sognavo.
Mentre affondavo nell'acqua scura, sentii il suono più pia­cevole che la mia mente potesse ricostruire: bellissimo, rincuo­rante e altrettanto pauroso. Era un altro ringhio, anzi un ruggi­to, più profondo e selvaggio, pieno di furia.
Un dolore acuto squarciò la mia mano alzata davanti al vol­to e mi riportò quasi in superficie, ma non riuscivo a trovare la strada giusta per riaffiorare, per aprire gli occhi.
A quel punto capii di essere morta.
Perché, dal profondo, sotto quell'acqua di piombo, sentii la voce di un angelo che mi chiamava per nome, guidandomi ver­so l'unico paradiso che desideravo.
«Oh no, Bella, no!», gridava la voce dell'angelo, spaventato.
Oltre a quel suono tanto amato, sentivo un altro rumore, un tumulto tremendo da cui la mia mente cercava di fuggire. Un ringhiare cupo e malefico, uno schianto terrificante, e un la­mento acutissimo che si troncò all'improvviso...
Cercai di concentrarmi sulla voce dell'angelo.
«Bella, ti prego! Bella, ascoltami, ti prego. Ti prego, Bella, ti prego!».
Avrei voluto rispondere con un sì. O in qualsiasi altro modo. Ma non riuscivo a trovare le labbra.
«Carlisle!», esclamò l'angelo, la sua voce perfetta agonizza­va. «Bella, Bella, no! Oh ti prego, no, no!». E l'angelo iniziò a gemere, senza versare una lacrima.
Non era giusto, l'angelo non doveva piangere. Volevo tro­varlo, dirgli che andava tutto bene, ma l'acqua era troppo profonda, e mi schiacciava, non riuscivo a respirare.
Sentii qualcosa premermi al di sopra della fronte. Faceva male. Poi, dopo quel dolore, nell'oscurità che mi attorniava ne sentii altri, più intensi. Gridai qualcosa, affannandomi nel ten­tativo di uscire dalla pozza scura.
«Bella!», urlò l'angelo.
«Ha perso sangue, ma la ferita alla testa non è profonda», mi informò una voce tranquilla. «Attento alla gamba, è rotta».
Un urlo di rabbia si strozzò nella bocca dell'angelo.
Sentii una fitta acuta al fianco. Questo non era il paradiso, certo che no. C'era troppo dolore.
«Anche qualche costola, credo», aggiunse la voce, metodica.
Ma le fitte erano sempre più deboli. Sentivo un dolore nuo­vo, che mi ustionava la mano e copriva tutto il resto.
Qualcuno mi stava bruciando.
«Edward», cercai di dire, ma la mia voce usciva lenta e pe­sante. Non riuscivo nemmeno io a sentirmi.
«Bella, andrà tutto bene. Mi senti, Bella? Ti amo».
«Edward». Ci riprovai, la mia voce migliorava.
«Sì, sono qui».
«Fa male».
«Lo so, Bella, lo so». Poi disse a qualcuno, allontanandosi da me: «Non puoi farci niente?».
«La valigetta, per favore... Trattieni il respiro, Alice, sarà meglio», le consigliò Carlisle.
«Alice?», farfugliai.
«È qui, sapeva dove ti avremmo trovata».
«Mi fa male la mano», cercai di dire.
«Lo so, Bella. Carlisle ti darà qualcosa per calmare il dolo­re», mi rassicurò Edward.
«La mano sta andando a fuoco!», urlai, sbattendo gli occhi e uscendo finalmente dall'oscurità. Ma non riuscivo a vederlo in faccia, perché qualcosa di caldo e umido mi annebbiava la vista. Perché non si accorgevano del fuoco, perché non lo spe­gnevano?
Lui sembrava spaventato: «Bella?».
«Il fuoco! Qualcuno spenga il fuoco!», gridavo, e intanto mi sentivo bruciare.
«Carlisle! La mano!».
«L'ha morsa». Carlisle non era più calmo, era sbigottito.
Edward aveva smesso di respirare, terrorizzato.
«Edward, devi farlo». Era la voce di Alice, vicina alla mia te­sta. Sentivo dita fredde sfregare i miei occhi umidi.
«No!».
«Alice», provai, la voce impastata.
«Potrebbe esserci ancora una possibilità», disse Carlisle.
«Quale?», lo implorò Edward.
«Prova a succhiarle il veleno. Il taglio è piuttosto pulito». Mentre Carlisle parlava, sentivo qualcosa premermi contro la testa, qualcosa che mi tastava la ferita sopra la fronte. Quel do­lore si perdeva dentro il dolore per il fuoco ardente.
«Funzionerà?», chiese Alice nervosamente.
«Non lo so», disse Carlisle. «Ma dobbiamo sbrigarci».
«Carlisle, io... non so se ce la faccio». Nella bellissima voce di Edward si sentiva di nuovo l'agonia.
«La decisione spetta a te. Non posso aiutarti. Se tu succhierai il sangue dalla mano, io dovrò fare in modo che smetta di sanguinare qui, dalla testa».
Mi dibattevo nella morsa di quella tortura infuocata, ma il movimento non faceva che amplificare il dolore alla gamba.
«Edward!», gridai. Avevo chiuso di nuovo gli occhi senza accorgermene. Li riaprii, provavo il bisogno disperato di rive­dere il suo volto. E lo trovai. Finalmente avevo di fronte il suo viso perfetto che mi fissava, una maschera di indecisione e do­lore.
«Alice, portami qualcosa per tenerle la gamba ferma!». Car­lisle era piegato su di me, alle prese con la ferita sulla testa. «Edward, devi farlo subito, o sarà troppo tardi».
L'espressione di Edward era contratta. Vidi il dubbio nei suoi occhi improvvisamente scalzato da una bruciante deter­minazione. Strinse i denti. Sentii le sue dita fredde e forti im­mobilizzare la mano che mi bruciava. Poi si chinò, e avvicinò le labbra fredde alla mia pelle.
All'inizio, sembrava che il dolore peggiorasse. Urlai e mi di­battei cercando di liberarmi dalla sua stretta fredda. Sentii la voce di Alice che tentava di calmarmi. Qualcosa di pesante mi bloccava la gamba sul pavimento, e Carlisle mi costringeva la testa nella presa delle sue braccia di pietra.
Poi, lentamente, iniziai a dimenarmi meno, mentre la mano si intorpidiva. Il fuoco si stava spegnendo, si concentrava su un punto sempre più piccolo. Mano a mano che il dolore dimi­nuiva, sentivo svanire i miei sensi. Temevo di ricadere nell'o­ceano buio, di perdere ancora Edward nell'oscurità.
«Edward». Cercavo di parlare, ma non sentivo la mia voce. Loro, per fortuna, sì.
«È qui, Bella».
«Resta, Edward, resta con me...».
«Sì, resto». La sua voce era esausta, ma trionfante.
Sospirai, tranquillizzata. Il fuoco si era spento, il resto dei dolori annebbiato da un torpore che andava avvolgendo il mio corpo.
«È uscito tutto?», chiese Carlisle, lontanissimo.
«Il sangue mi sembra pulito», rispose Edward. «Sentivo il sapore della morfina».
«Bella?», disse Carlisle.
Cercai di rispondere: «Mmm».
«Il fuoco è spento?».
«Sì», sussurrai. «Grazie, Edward».
«Ti amo», mi rispose lui.
«Lo so», dissi afona, senza forze.
Sentii il mio suono preferito: quello della risata a mezza voce di Edward, stanco e rincuorato.
«Alice», cercai di riaprire gli occhi, «Alice, il video... Ti co­nosceva, Alice, sapeva da dove vieni». Avrei voluto dirle tutto in fretta, ma la mia voce era troppo debole. «Sento puzza di benzina», aggiunsi, sorpresa: la mia mente era così annebbiata.
«Possiamo portarla via», disse Carlisle.
«No, voglio dormire», mi lamentai.
«Puoi dormire, cara, ti porto io», disse Edward per tran­quillizzarmi.
Ed eccomi già accoccolata sul suo petto, tra le sue braccia. Fluttuavo, e non sentivo più il dolore.
«Adesso dormi, Bella», furono le ultime parole che udii.

sabato 31 ottobre 2009

"Bella, tu mi vuoi morto!"

Buon pomeriggio!
Consueto appuntamento del sabato con la nostra rubrica pioggia di parole;)
Ecco una scena di Twilight che, davvero, è un peccato non sia stata inclusa nel film...Edward che "mette mano alla memoria di Bella" non si può perdere XD
Rileggiamola insieme!
Enjoy;*


«Scusa, Bella, ma ora ci tocca procedere a piedi».
«Sai una cosa? Ti aspetto qui».
«Dov'è finito il tuo coraggio? Stamattina sei stata straordi­naria».
«Non ho ancora dimenticato l'ultima volta». Possibile che fosse passato soltanto un giorno?
In un lampo, eccolo al mio fianco. Iniziò a slacciarmi l'im­bracatura.
«Ci penso io, tu vai avanti», protestai.
«Mmm...». In un secondo aveva già terminato. «A quanto pare mi toccherà metter mano alla tua memoria».
Prima che potessi reagire, mi sollevò dal sedile e mi costrin­se a scendere. Era rimasto solo un filo di nebbia: le previsioni di Alice si stavano avverando.
«Mettere mano alla mia memoria?», chiesi nervosamente.
«Qualcosa del genere». Mi guardava intensamente, con at­tenzione, ma nel profondo dei suoi occhi c'era dell'ironia. A quel punto ero costretta tra la portiera della jeep, alle mie spal­le, ed Edward di fronte a me, che mi chiudeva ogni via d'usci­ta appoggiandosi al finestrino con entrambe le mani. Si fece ancora più vicino, il suo viso era a pochi centimetri dal mio. Sentivo il suo respiro addosso, e bastava semplicemente il suo odore a mettere in crisi la mia razionalità. «Dimmi di cos'hai paura», alitò.
«Be', ecco, di sbattere contro un albero... e di morire. E poi, di avere la nausea».
Soffocò una risata. Poi piegò la testa e avvicinò delicatamen­te le labbra fredde all'incavo del mio collo.
«Adesso hai ancora paura?», sussurrò, sfiorandomi la pelle.
«Si». Faticavo a mantenere la concentrazione. «Di sbattere contro gli alberi e di avere la nausea».
Con la punta del naso disegnò una linea, dal collo al mento. Il suo respiro freddo mi faceva il solletico.
«E adesso?», sussurrò, con le labbra vicinissime alle mie.
Mi mancava il fiato. «Alberi... Nausea da movimento».
Si avvicinò a baciarmi sulle palpebre. «Bella, non dirmi che credi davvero che potrei sbattere contro un albero».
«Tu no, ma io sì». Non c'era un filo di convinzione nella mia voce. Edward pregustava una vittoria certa.
Mi baciò dolcemente la guancia, a un centimetro dalle labbra.
«Pensi che permetterei a un albero di farti del male?». La sua bocca sfiorò leggerissima la mia.
«No», dissi senza voce. Ero soltanto a metà della mia bril­lante arringa, ma già avevo dimenticato come proseguiva.
«Vedi», disse, senza allontanare le labbra di un millimetro. «Non c'è niente di cui avere paura, no?».
«No», sospirai, rassegnata.
Poi, con foga, prese la mia testa fra le mani e mi diede un vero bacio, muovendo le sue labbra con decisione sopra le mie.
Non avevo scuse per comportarmi così. A quel punto avrei dovuto saperla lunga. Eppure, non riuscii a trattenermi dal rea­gire esattamente come la prima volta. Anziché restare tranquilla e immobile, mi allacciai stretta alle sue spalle e mi ritrovai avvin­ghiata al suo petto roccioso. Con un gemito dischiusi le labbra.
Lui si allontanò di scatto, liberandosi senza difficoltà dalla mia presa.
«Accidenti, Bella!», sbottò ansimante. «Tu mi vuoi morto, altroché!».
Mi piegai in avanti, appoggiandomi alle ginocchia per non perdere l'equilibrio.
«Tu sei indistruttibile», sussurrai, senza fiato.
«Lo credevo anch'io, prima di conoscerti. Adesso andiamo­cene da qui, prima che io combini qualche grossa stupidaggi­ne», ringhiò.
Mi prese in spalla con uno strattone, nonostante si stesse evidentemente sforzando di non essere troppo irruento. Strin­si le gambe attorno ai suoi fianchi e le braccia attorno alle spal­le, in una presa soffocante.
«Ricorda di non guardare», disse severo.
Allora intrufolai il viso tra il braccio e la sua scapola, serran­do gli occhi.
Pareva che fossimo rimasti immobili. Sentivo Edward scivo­lare via dolcemente, come se passeggiasse su un marciapiede. Avevo la tentazione di sbirciare per controllare che stesse dav­vero volando in mezzo alla foresta, ma riuscii a resistere. Non valeva la pena rischiare quelle tremende vertigini. Mi accon­tentai di ascoltare il suo respiro regolare.
Capii che ci eravamo fermati soltanto quando sentii un suo buffetto sui capelli.
«Ci siamo, Bella».
Osai aprire gli occhi e, in effetti, eravamo arrivati. Allentai la presa con cautela e mi lasciai scivolare giù, atterrando di sedere.
«Ohi!», esclamai, rovinando gambe all'aria sulla terra umida.
Mi fissò incredulo, evidentemente incerto se restare arrab­biato o prendermi in giro. Ma di fronte alla mia espressione sbalordita si lasciò andare a una risata fragorosa.
Mi alzai senza badargli, togliendomi di dosso il fango e le felci. E lui rise ancora più forte. Seccata, iniziai a camminare a grandi passi verso la foresta.
Sentii il suo abbraccio attorno ai fianchi.
«Dove vai, Bella?».
«A vedere una partita di baseball. Non mi sembra che tu abbia più tanta voglia di giocare, ma sono certa che gli altri si divertiranno anche senza di te».
«Stai andando dalla parte sbagliata».
Mi voltai senza degnarlo di uno sguardo e scattai nella dire­zione opposta. Mi riacchiappò.
«Non arrabbiarti, è stato più forte di me. Avresti dovuto ve­derti in faccia». Si lasciò scappare una risatina.
«Ah, l'unico a cui è permesso di arrabbiarsi sei tu?».
«Non ero arrabbiato con te».
«"Bella, tu mi vuoi morto"?!», lo citai acida.
«Quello è un semplice dato di fatto».
Cercai nuovamente di scappare, ma mi teneva stretta.
«Eri arrabbiato».
«Sì».
«Ma se hai appena detto...».
«Non ero arrabbiato con te. Non capisci, Bella?». Si era im­provvisamente rabbuiato, sul suo viso non c'era più traccia di divertimento. «Non capisci?».
«Che cosa?». Ero confusa dalle sue parole e dal suo cambia­mento di umore.
«Non sono mai arrabbiato con te. Come potrei esserlo? Sei sempre così coraggiosa, fiduciosa... calorosa».
«E allora, perché?», sussurrai, ricordando gli accessi di umor nero che talvolta lo allontanavano da me e che avevo sempre interpretato come frustrazione, giustificata da quanto fossi debole, lenta, imprevedibile nelle mie reazioni umane...
Mi accarezzò le guance con delicatezza. «Ciò che mi fa infu­riare», disse gentile, «è l'impossibilità di proteggerti dai rischi. La mia stessa esistenza è un rischio, per te. A volte mi odio dal profondo. Dovrei essere più forte, capace di...». Gli chiusi la bocca con le dita.
«No».
Prese la mano con cui l'avevo zittito e se la posò sulla guancia.
«Ti amo», disse. «È una giustificazione banale per quanto faccio, ma sincera».
Era la prima volta che lo sentivo dire che mi amava con così tante parole. Forse lui non se ne era reso conto, ma io sì.
«Adesso, per favore, cerca di comportarti bene», aggiunse, e si avvicinò per baciarmi con delicatezza.
Restai immobile, come dovevo. Poi feci un sospiro.
«Hai promesso all'ispettore Swan che mi avresti portata a casa presto, ricordi? È meglio che ci muoviamo».
«Sissignora».

sabato 24 ottobre 2009

Ti amo...Tu sei la mia vita adesso...

Ciaoo a tutti!!! Buon sabato!!!
Allora, come va l'attesa? Anche voi impazienti? Il 18 nov sempre lontano anni luce? Ci toccherà essere molto pazienti, soprattutto perchè ne vale la pena;)
Impiegate il tempo rileggendo i libri? Allora, potete riprendere con noi questo passo tratto da Twilight...è la mattina dopo la giornata alla radura.
Chi pensa ancora che non aver sentito il TI AMO nel primo film sia stata una grossa perdita? Beh, pazienza...nel secondo ci rifaremo;)
Enjoy!!!


Mi risvegliai alla luce smorzata dell'ennesimo giorno di cie­lo coperto. Ero sdraiata, con un braccio a nascondermi il viso, intontita. Qualcosa, un sogno che chiedeva di essere ricordato, si faceva largo nella mia coscienza. Sbadigliai e mi girai sul fianco, sperando di riaddormentarmi. E di colpo la mia mente fu inondata dalla consapevolezza del giorno prima.
«Ah!». Mi alzai tanto in fretta da avere le vertigini.
«Il tuoi capelli sembrano una balla di fieno... ma mi piac­ciono». La sua voce serena giungeva dalla sedia a dondolo, nel­l'angolo.
«Edward! Sei rimasto qui!». Ero felicissima, e mi buttai im­mediatamente, senza pensarci un istante, in braccio a lui. Nel­l'attimo in cui mi resi conto del mio gesto, rimasi impietrita, sbalordita dal mio stesso entusiasmo incontrollato. Alzai lo sguardo, temendo di avere fatto un passo di troppo.
Ma lui rideva.
«Certo». Era stupito, ma apparentemente lieto della mia reazione. Mi accarezzava la schiena.
Posai la testa sulla sua spalla, con delicatezza, per respirare il profumo della sua pelle.
«Ero convinta di averti sognato».
«Non sei tanto creativa».
«Charlie!», mi ricordai all'improvviso, saltando su d'istinto e scattando verso la porta.
«È uscito un'ora fa... dopo aver ricollegato la batteria del pick-up, se proprio vuoi saperlo. Devo ammettere che un po' mi ha deluso. Basterebbe così poco per bloccarti, se fossi deci­sa a fuggire?».
Mi fermai a riflettere, però senza spostarmi. Desideravo tor­nare in braccio a Edward ma temevo di avere l'alito pesante.
«Di solito, la mattina non sei così confusa», mi fece notare lui. Aspettava il mio ritorno a braccia aperte. Un invito quasi irresistibile.
«Ho bisogno di un altro minuto umano».
«Ti aspetto».
Filai in bagno, scombussolata. Non riuscivo a decifrare le mie emozioni, non mi riconoscevo più. Il volto riflesso nello specchio era quello di un'estranea: occhi troppo lucidi, guance colorite, chiazzate di rosso. Dopo essermi spazzolata i denti, mi adoperai per sciogliere il caos di nodi che avevo tra i capelli. Mi lavai la faccia con l'acqua fredda e cercai, senza risultati ap­prezzabili, di respirare normalmente. Tornai in camera mia quasi di corsa.
Ritrovarlo lì, ancora a braccia aperte, era una specie di mira­colo. Mi venne incontro, e il mio cuore impazzì.
«Bentornata», mormorò, abbracciandomi.
Per un po' mi cullò in silenzio, finché non mi accorsi che i vestiti erano diversi e i capelli più ordinati.
«Te ne sei andato?», lo accusai, indicando il colletto della camicia appena indossata.
«Non potevo certo uscire di qui con gli stessi abiti che ave­vo quando sono entrato... Cosa avrebbero pensato i vicini?».
Lo guardai, imbronciata.
«Stavi dormendo sodo; non mi sono perso niente». Il suo sguardo si accese. «I discorsi li avevi già fatti».
«Cos'hai sentito?», mi uscì con un tono lamentoso.
I suoi occhi dorati mi sfiorarono con uno sguardo dolce. «Hai detto che mi amavi».
«Lo sapevi già», dissi, chinando la testa.
«Però è stato bello sentirlo».
Affondai la faccia nella sua spalla.
«Ti amo», sussurrai.
«Tu sei la mia vita, adesso».
Non ci restava più nulla da dire. Mi cullò, avanti e indietro, fino a quando la luce del giorno non invase la stanza.
«È ora di fare colazione», disse infine, disinvolto, per dimo­strare - ne ero certa - di avere sempre presenti le mie debolez­ze umane.
Allora portai le mani al collo e spalancai gli occhi fissandolo con terrore. La sua espressione tradì che era scioccato.
«Scherzetto!», ridacchiai. «E poi dici che non sono capace di recitare!».
Fece una smorfia di disapprovazione. «Non è stato diver­tente».
«Invece sì, tanto, e lo sai anche tu». Esaminai i suoi occhi dorati per accertarmi che mi avesse perdonato. Apparente­mente, sì.
«Posso riformulare la frase?», chiese. «È ora di fare colazio­ne, per gli umani».
«Ah, d'accordo».
Mi prese in spalla, con gentilezza, ma anche con una velocità che mi lasciò senza fiato. Le sue spalle erano una roccia. Cercai inutilmente di protestare, mentre mi portava giù per le scale senza sforzo. Riuscì a scaricarmi direttamente su una sedia.
La cucina era luminosa, allegra, quasi uno specchio del mio umore.
«Cosa c'è per colazione?», chiesi con tono amabile.
La domanda lo lasciò interdetto qualche istante.
«Ehm, non saprei. Cosa ti piacerebbe mangiare?». Le sue sopracciglia marmoree erano corrugate.
Sorrisi e mi alzai di scatto.
«Benissimo, posso cavarmela da sola senza problemi. Osser­vami mentre caccio».
Trovai una tazza e una scatola di cereali. Sentivo i suoi occhi su di me, mentre versavo il latte e afferravo un cucchiaio. Di­sposi il cibo sul tavolo, in silenzio.
«Vuoi che procacci qualcosa anche per te?», chiesi, per non essere scortese.
Alzò gli occhi al cielo. «Mangia e basta, Bella».
Mi accomodai al tavolo, masticando la prima cucchiaiata senza staccargli gli occhi di dosso. Studiava ogni mio movi­mento. E la cosa mi metteva a disagio. Mi schiarii la gola per parlare, e distrarlo.
«Cos'abbiamo in programma oggi?».
«Mmm...». Lo osservai cercare la risposta. «Che ne dici di venire a conoscere la mia famiglia?».
Restai senza parole.
«Hai paura, adesso?». Sembrava speranzoso.
«In effetti, sì». Non potevo negarlo: me lo leggeva negli occhi.
«Non preoccuparti. Ti proteggerò io», mi rassicurò con un sorrisetto.
«Non ho paura di loro. Temo che non... gli piacerò. Non credi che saranno sorpresi di vederti arrivare assieme a una... come me... a casa loro, per conoscerli? Sanno quel che so di loro?».
«Sanno già tutto. Ieri hanno persino scommesso», accennò una risata, ma poco convinta, «su quante possibilità io abbia di portarti a casa sana e salva, benché mi sembri una stupidaggi­ne scommettere contro Alice. E in ogni caso, nella mia famiglia non ci sono segreti. Non sarebbe proprio concepibile, con me che leggo nel pensiero, Alice che vede il futuro e tutto il resto».
«E Jasper che ti rende felice, contento ed entusiasta di rac­contargli i fatti tuoi, non dimentichiamolo».
«Ah, vedo che quando parlo stai attenta».
«Di tanto in tanto capita anche a me». Feci una linguaccia. «Perciò, Alice mi ha già vista arrivare?».
La sua reazione fu strana. «Qualcosa del genere», disse, sen­za troppo entusiasmo, voltandosi per non mostrarmi il suo sguardo. Lo fissai, curiosa.
«È buono quel che mangi?», domandò, tornando a osser­varmi all'improvviso e adocchiando la mia colazione con sguardo malizioso. «Sinceramente, non mette tanto appetito».
«Be', di certo non è un grizzly permaloso...», mormorai, ignorando la sua reazione seria. Ancora mi stavo interrogando sul perché avesse reagito in quel modo quando avevo nomina­to Alice. Mi affrettai a finire i cereali, presa dai miei pensieri.
Lui era in piedi al centro della cucina, di nuovo la statua di Adone, intento a fissare l'orizzonte dalla finestra sul retro.
Poi tornò a guardarmi e riecco il sorriso ammaliatore.
«E immagino che poi toccherà a te, presentarmi a tuo padre».
«Ti conosce già», risposi.
«In quanto tuo ragazzo, dico».
Lo fissai con sospetto: «Perché?».
«Non si usa?», chiese, innocente.
«Ti confesso che non lo so». Le mie vicende sentimentali passate mi offrivano poche pietre di paragone. Non che le nor­mali regole del corteggiamento facessero al caso nostro. «Non è necessario, ecco. Non mi aspetto che tu... Cioè, non sei co­stretto a fingere per me».
Sorrise paziente. «Non sto fingendo».
Raccolsi gli avanzi di cereali sul bordo della tazza. Ero rima­sta spiazzata.
«Dirai o no a Charlie che sono il tuo ragazzo?», insistette.
«Lo sei?». Combattevo contro la mia fuga interiore al pen­siero di Edward, Charlie, e delle parole "mio ragazzo" nella stessa stanza e nello stesso momento.
«In effetti l'espressione "ragazzo" è qui intesa in senso lato».
«Avevo l'impressione che fossi qualcosa di più, a dir la ve­rità», confessai, spostando lo sguardo sul tavolo.
«Be', non so se sia il caso di descrivergli anche i dettagli più sanguinolenti». Si avvicinò e, sfiorandomi il mento con un dito freddo e delicato, mi costrinse ad alzare la testa. «Ma senz'altro dovremo giustificare in qualche modo il fatto che ti girerò at­torno tanto spesso. Non voglio che l'ispettore Swan ricorra a misure cautelari per vietarmi formalmente di vederti».
«Ti vedrò spesso?», chiesi, impaziente. «Starai qui spesso, davvero?».
«Per tutto il tempo che vuoi».
«Attento, perché ti vorrò sempre. Per sempre».
Girò lentamente attorno al tavolo e, vicino com'era, allungò una mano per sfiorarmi la guancia con le dita. La sua espres­sione era indecifrabile.
«Quest'idea ti mette tristezza?».
Non rispose. Mi guardò negli occhi per un istante che parve interminabile.
«Hai finito?», chiese infine.
Mi alzai di slancio. «Sì».
«Vestiti. Ti aspetto qui».
Decidere cosa indossare fu difficile. Dubitavo che esistesse­ro dei manuali di bon ton che consigliavano l'abbigliamento giusto per accompagnare il proprio fidanzato vampiro a casa della sua famiglia di vampiri. Era un sollievo pensare a quella parola, tra me e me. Sapevo di averla sempre evitata intenzio­nalmente.
Finii per scegliere l'unica gonna che avevo: lunga, color ca­chi, casual. Le abbinai la camicetta blu scuro, che Edward ave­va già mostrato di gradire. Un'occhiata veloce allo specchio chiarì che i miei capelli erano totalmente impossibili, perciò li raccolsi a coda di cavallo.
«Okay». Balzai giù dalle scale. «Sono presentabile».
Mi aspettava ai piedi degli scalini, più vicino di quanto pen­sassi, e mi ci scontrai in pieno. Mi fermò, mi tenne a distanza di sicurezza per qualche secondo e poi mi strinse a sé.
«Sbagliato», sussurrò al mio orecchio. «Sei assolutamente impresentabile. Nessuno dovrebbe essere così attraente: è una tentazione, non è giusto».
«Attraente come?», chiesi. «Posso cambiarmi...».
Fece un sospiro e scosse la testa: «Sei davvero assurda». Mi posò delicatamente le labbra fredde sulla fronte, e la stanza ini­ziò a girare. Il profumo del suo respiro mi dava alla testa.
«Mi concedi di spiegarti come mi stai inducendo in tenta­zione?», disse. La domanda era ovviamente retorica. Le sue dita scorrevano lentamente sulla mia schiena e il suo respiro si avvicinava, veloce, alla mia pelle. Tenevo le mani inerti sul suo petto e sentivo le gambe molli. Piegò lentamente la testa e con le sue labbra fredde toccò le mie per la seconda volta, con estrema delicatezza, dischiudendole appena.
A quel punto crollai.
«Bella?». Sembrava allarmato, mentre mi afferrava e mi sol­levava.
«Mi... hai... fatta... svenire». Avevo perso le forze.
«Ma cosa devo fare con te?!», esclamò esasperato. «La pri­ma volta che ti bacio, mi assali! La seconda, mi svieni tra le braccia!».
Mi feci sfuggire una debole risata, lasciandomi custodire dal suo abbraccio, mentre mi girava la testa.
«E meno male che sono bravo in tutto», sospirò.
«Questo è il problema», dissi, ancora intontita. «Sei troppo bravo. Troppo, troppo bravo».
«Ti senti male?», chiese. Mi aveva già vista in quello stato.
«No... non è stato affatto come l'altro svenimento. Non so cosa sia successo». Cercavo di scusarmi, scuotendo la testa. «Penso di aver dimenticato di respirare».
«Non posso portarti da nessuna parte, in queste condizioni».
«Guarda che sto bene. E poi, i tuoi penseranno comunque che sono pazza, perciò... che differenza fa?».
Per un istante rimase a studiarmi. «Ho un debole per come quel colore si sposa con la tua carnagione», commentò, a sor­presa. Arrossii, lusingata, e guardai altrove.
«Ascolta, sto cercando con tutte le mie forze di non pensare a ciò che sto per fare, perciò possiamo andare?», implorai.
«E sei preoccupata, non perché stai per conoscere una fami­glia di vampiri, ma perché temi che questi vampiri non ti ap­proveranno, giusto?».
«Giusto», risposi immediatamente, dissimulando la sorpre­sa per la disinvoltura con cui aveva detto "vampiri".
Scosse il capo. «Sei incredibile».

sabato 17 ottobre 2009

La ragione domina gli istinti

Buongiorno twilighters!!!
Eccoci al weekend...quindi alla consueta pioggia di parole;)
Soprattutto in questo periodo sono foto e video a colpirci di più, ma anche le parole, anzi in questo caso SOPRATTUTTO, hanno il loro peso.
E un capitolo come questo va proprio riletto...Edward e Bella in camera insieme dopo tutto quello che è accadto nella radura...
Enjoy!

Avevo parecchio a cui pensare, e molte domande ancora in serbo. Ma, con mio grave imbarazzo, il mio stomaco brontolò. Ero così frastornata da non aver neanche pensato a mangiare. E a quel punto realizzai che stavo morendo di fame.
«Scusami, ti ho trattenuta; immagino che tu debba cenare».
«No, non c'è problema, davvero».
«Non ho mai passato molto tempo in compagnia di qualcu­no che si nutre di cibo. Me ne stavo dimenticando».
«Voglio restare qui con te». Dirlo nell'oscurità era più faci­le, sapevo che la mia voce avrebbe tradito me e la mia dipen­denza irrimediabile da lui.
«Posso entrare?», mi domandò.
«Ti andrebbe?». Non riuscivo nemmeno a immaginare quella creatura paradisiaca seduta nella cucina malconcia di mio padre.
«Sì, se non è un problema».
Sentii il rumore della portiera dalla sua parte che si chiudeva piano, e quasi simultaneamente lui apparve al mio finestrino, per aprire la mia.«Molto umano, direi», mi complimentai per il gesto.
«Sento che certe cose stanno tornando a galla».
Camminava al mio fianco nella notte, tanto silenzioso che sbirciavo di continuo per accertarmi che non fosse sparito. Al buio sembrava molto più normale. Sempre pallido, sempre bello come un sogno, ma non più la stessa fantastica creatura scintillante del nostro pomeriggio assolato.Mi precedette sulla porta e l'aprì. Rimasi impietrita sulla soglia.«Era aperta?».
«No, ho preso la chiave da sotto lo zerbino».
Entrai, accesi la luce della veranda e mi voltai a guardarlo, sbalordita. Ero sicura di non avere mai usato quella chiave in sua presenza.
«Ero curioso... di te».
«Mi hai spiata?». Mi sforzavo di imprimere alla mia voce un tono indignato ma, non so come, non ci riuscivo. Anzi, mi sen­tivo lusingata.
Lui non fece una piega. «Cos'altro c'è da fare, di notte?».
Lasciai correre ed entrai in cucina. Mi precedette senza bi­sogno che gli facessi strada. Si sedette proprio dove avevo pro­vato a immaginarlo. La cucina risplendeva della sua bellezza. Distogliere lo sguardo da lui era un'impresa.
Mi concentrai sulla cena, presi le lasagne della sera prima dal frigorifero, ne tagliai un quadrato che posai su un piatto e lo misi a scaldare nel microonde. Le lasagne iniziarono a girare e a riempire la stanza del profumo di pomodoro e origano. Parlai senza staccare gli occhi dal forno.«Quante volte?», chiesi, disinvolta.
«Come?». Sembrava l'avessi distolto da chissà quale catena di pensieri.
Non mi voltai. «Quante volte sei venuto qui?».
«Vengo a trovarti quasi tutte le notti».
Mi voltai di scatto, stupita: «Perché?».
«Sei interessante quando dormi». Lo diceva come se niente fosse. «Parli nel sonno».
«No!», sbottai, rossa di vergogna fino ai capelli. Mi appog­giai al piano di cottura per sostenermi. Certo che sapevo di parlare nel sonno: mia madre mi aveva sempre preso in giro per questo. Però non avrei mai pensato di dovermene preoc­cupare anche lì.
Era dispiaciuto, glielo leggevo negli occhi. «Sei tanto arrab­biata con me?».
«Dipende!». Mi sentii - e parlai - come se qualcuno mi avesse rubato l'aria.Aspettò che chiarissi.
«Da...», mi sollecitò dopo un po'.
«Da quel che hai sentito!», strillai.
All'istante, in silenzio, si materializzò al mio fianco e mi pre­se le mani con delicatezza.
«Non esserne così sconvolta!». Si chinò su di me e da pochi centimetri di distanza mi fissò negli occhi. Ero imbarazzata, e cercai di distogliere lo sguardo.
«Ti manca tua madre», sussurrò. «Sei preoccupata per lei. E il rumore della pioggia ti innervosisce. All'inizio parlavi molto di casa tua, ora lo fai più raramente. Una volta hai detto: "È troppo verde"». Rise piano, nella speranza - lo vedevo bene - di non offendermi ulteriormente.
«E che altro?».
Sapeva dove volevo arrivare. «Hai pronunciato il mio nome», ammise.
Sospirai, rassegnata: «Tante volte?».
«Quante sarebbero precisamente "tante"?».
«Oh, no!», chinai la testa.
Cercò di consolarmi, stringendomi al petto dolcemente, con naturalezza.
«Non prendertela con te stessa», mi sussurrò in un orec­chio. «Se fossi capace di sognare, sognerei te. E non me ne ver­gogno». Poi sentimmo entrambi il rumore di pneumatici sui sassi del vialetto, e due fari illuminarono le finestre di fronte che dava­no sull'ingresso. Mi irrigidii di colpo.
«È il caso che tuo padre sappia che sono qui?».
«Non saprei...», cercai di riflettere alla svelta.«La prossima volta, allora...».
E mi lasciò sola. «Edward!», dissi in un soffio.
Sentii il fantasma di una risatina, e poi nient'altro.Mio padre fece scattare la serratura dell'ingresso.[…]
«'Notte, cara». Ero certa che Charlie sarebbe stato con le orecchie tese per tutta la sera, in attesa di quando mi avrebbe sentita scappare.
«Ci vediamo domattina, papà». Ci vediamo a mezzanotte, quando ti intrufolerai nella mia stanza per controllarmi.Feci del mio meglio per salire le scale con un finto passo stanco e trascinato. Chiusi la porta della stanza con forza affin­ché Charlie la sentisse bene, e poi, in punta di piedi, corsi alla finestra. L'aprii e mi sporsi, nell'oscurità della sera, a scrutare le ombre impenetrabili degli alberi.
«Edward?», lo chiamai sottovoce. Mi sentivo un'idiota totale.La risposta, una risatina smorzata, giunse alle mie spalle: «Sì?».
Mi voltai di scatto, coprendomi la bocca per la sorpresa.Era sdraiato sul mio letto, con un gran sorriso sulle labbra, le mani dietro la testa, i piedi penzoloni: l'immagine del relax. Mi sentivo vacillare, e mi lasciai cadere in ginocchio sul pa­vimento.
«Scusa». Si sforzava di non ridermi in faccia.
«Dammi solo un minuto per rimettere in moto il cuore».
Allora si tirò su a sedere, con lentezza, per non spaventarmi. Poi si avvicinò e mi sollevò con le sue lunghe braccia, afferran­domi appena sotto le spalle, come fossi una poppante. Mi pog­giò sul letto accanto a lui.
«Vieni a sederti qui», suggerì, sfiorandomi la mano con la sua, gelida. «Come va il cuore?».
«Dimmelo tu. Di sicuro lo senti meglio di me».
La sua risata soffocata fece tremare il letto.
Restammo in silenzio, in attesa che le mie pulsazioni rallen­tassero. Iniziavo a rendermi conto che mio padre era in casa ed Edward in camera mia.
«Posso essere umana per un minuto?».
«Senz'altro». Con un gesto m'indicò che potevo procedere.
«Resta lì», dissi, sforzandomi di suonare severa.
«Sissignora». E finse di diventare una statua, seduta sul bor­do del mio letto.Mi alzai, raccolsi il pigiama dal pavimento e il beauty case dalla scrivania. Spensi la luce e sgattaiolai via, chiudendo la porta. Dalle scale arrivava il vociare del televisore al piano di sotto. Chiusi la porta del bagno sbattendola forte, per evitare che Charlie salisse a ficcare il naso.Volevo sbrigarmi. Mi lavai i denti con energia, scrupolo e velocità, per rimuovere ogni traccia delle lasagne. Ma non po­tevo mettere fretta all'acqua calda della doccia. Mi sciolse la schiena e mi rilassò. Il profumo familiare dello shampoo mi fece sentire come se fossi ancora la stessa persona che quel mattino era uscita di casa. Cercai di non pensare che Edward mi stava aspettando in camera mia, per non dover ricomincia­re da capo tutto il processo di rilassamento. Finita la doccia, non avevo più scuse per prendere tempo. Mi asciugai in fretta e furia. Infilai una maglietta bucherellata e i pantaloni grigi del­la tuta. Era troppo tardi per rimpiangere di non aver messo in valigia il pigiama di seta di Victoria's Secret che mia madre mi aveva regalato un paio di compleanni prima, dimenticato in un qualche cassetto di Phoenix con le etichette ancora attaccate.Mi strofinai i capelli con l'asciugamano e li pettinai alla bell'e meglio. Gettai l'asciugamano umido nella cesta, riposi spazzolino e dentifricio nel beauty. Poi di corsa scesi le scale, affin­ché Charlie notasse che ero in pigiama con i capelli bagnati.[…]
Schizzai in camera chiudendo la porta con cura.
Edward non si era mosso di un millimetro, era una statua di Adone appollaiato sulla mia coperta sbiadita. Di fronte al mio sorriso, le sue labbra sussultarono e la statua riprese vita.Mi squadrò dalla testa ai piedi, per osservare i capelli umidi e la maglietta sbrindellata. Alzò un sopracciglio. «Carina».
Non mi convinceva.
«No, sul serio, stai bene».
«Grazie», sussurrai. Mi sistemai come prima, al suo fianco, sedendo sul letto a gambe incrociate.
«A che pro tutta questa preparazione e il resto?», chiese, ve­dendomi assorta sulle venature del pavimento.
«Charlie ha il sospetto che me ne possa sgattaiolare via di nascosto».
«Ah... E perché?». Come se non fosse capace di leggere chiaramente nella mente di Charlie tutto ciò che io potevo sol­tanto sospettare.
«A quanto pare, sono un po' troppo su di giri».
Mi guardò bene in faccia, sollevandomi il mento.
«Ti trovo accaldata, in effetti».
Avvicinò lentamente il suo viso al mio, sfiorandomi con la guancia gelata. Restai assolutamente immobile.«Mmm...», gemette con un respiro profondo.
Con lui che mi toccava, così vicino, era molto difficile for­mulare una domanda coerente. Mi ci volle un minuto buono per riuscire ad aprire bocca di nuovo.
«Mi sembra che ora starmi vicino sia... molto più facile, per te».
«Ti sembra?», mormorò, sfiorandomi l'incavo del collo con la punta del naso. Sentii la sua mano, più leggera delle ali di una farfalla, ravviare all'indietro i miei capelli bagnati per sco­prire la pelle dietro l'orecchio, posarvi le labbra.
«Molto, molto più facile», dissi, senza che mi uscisse il fiato.
«Mmm».
«Perciò, mi chiedevo...», cercai di ricominciare, ma persi il filo del discorso perché le sue dita avevano preso a seguire il profilo del mio collo, fino alle spalle.
«Sì?», mi alitò.
«Secondo te», la voce mi tremò, con mio imbarazzo, «qual è il motivo?».Sentii la sua risata vibrarmi sul collo. «La ragione domina sugli istinti».
Mi allontanai ritraendomi; lui rimase impietrito - non lo sentivo più nemmeno respirare.Incrociammo i nostri sguardi attenti. La sua espressione si fece più rilassata, ma allo stesso tempo perplessa.
«Ho fatto qualcosa di male?».
«No... al contrario. Mi stai facendo impazzire».
Meditò qualche istante, e quando aprì bocca sembrava com­piaciuto: «Davvero?». Il suo viso si andò illuminando di un sorriso trionfante.
«Ti aspetti che parta un applauso?».
Fece una risatina. «È solo che sono rimasto positivamente sorpreso. Nell'ulti­mo... centinaio di anni non ho mai immaginato che potesse succedermi qualcosa del genere. Non credevo che avrei desi­derato stare con qualcuno... che non fosse come fratello o so­rella. E poi, scoprire che malgrado sia totalmente nuovo per me, sono bravo... a stare con te...».
«Tu sei bravo in tutto». Fece spallucce, come per darmene atto, ed entrambi ridem­mo sottovoce.
«Ma com'è possibile che adesso sia così facile? Oggi pome­riggio...».
«Non è facile», sospirò, «ma oggi pomeriggio, ero ancora... indeciso. Mi dispiace, è stato un comportamento imperdona­bile».
«No, non imperdonabile».
«Grazie». Sorrise, poi abbassò lo sguardo. «Vedi, non ero sicuro di essere abbastanza forte...». Mi prese la mano e se la premette piano contro la guancia. «E finché sentivo come an­cora possibile che venissi... sopraffatto», respirò il profumo tra le mie dita, «ero... vulnerabile. Poi mi sono convinto che sono abbastanza forte, che non ci sarebbe stato nessun rischio di... di poter...». Non l'avevo mai visto così in difficoltà con le parole. Era davvero... umano.
«Perciò, ora non corro più rischi?».
«La ragione domina gli istinti», ripeté, e sfoderò il suo sorri­so, brillante anche nell'oscurità.
«Be', è stato facile».Gettò indietro la testa e rise, sottovoce ma con gusto.
«Facile per te!». E mi sfiorò il naso con la punta del dito.
L'istante dopo tornò serio.
«Ci sto provando», sussurrò, un filo di dolore nella sua voce. «Se dovesse diventare... troppo, sono convinto che riu­scirei ad andarmene».
Che tristezza. Non mi piaceva mai quando parlava di andar­sene.
«E domani sarà più difficile. Ora sono assuefatto alla presen­za costante del tuo odore. Se ti resto lontano troppo a lungo mi toccherà ricominciare da capo. Non proprio da zero, però».
«Allora non andartene», risposi, incapace di nascondere il desiderio.
«Sono d'accordo», rispose, rivolgendomi un sorriso gentile e sereno. «Pronto per le manette: sono tuo prigioniero». Ma, mentre parlava, furono le sue mani a stringere i miei polsi. Rideva di un riso sommesso e musicale. Era più ilare quella sera di quanto lo fosse stato in tutto il tempo trascorso assieme pri­ma di allora.
«Sembri più... ottimista del solito. Non ti ho mai visto così di buonumore».
«Non dovrebbe essere così?». Sorrise. «La gloria del primo amore, e tutto il resto. È incredibile quanta differenza passi tra apprendere le cose dai libri, dai film, e viverle in prima perso­na nella realtà, vero?».
«Senza dubbio è tutto molto più intenso di quanto avessi immaginato».
Poi riprese di slancio, parlò a raffica e dovetti concentrarmi per cogliere tutto: «Per esempio, il sentimento della gelosia. Ne avrò letto migliaia di volte, l'ho visto interpretare in mi­gliaia di drammi e film. Pensavo di comprenderlo perfetta­mente. Ma sono rimasto stupito... Ricordi quando Mike ti ha invitata al ballo?». Mi fissò negli occhi.
Annuii, benché ricordassi quel giorno per un altro motivo: «È stato quando hai ricominciato a parlarmi».
«Sono rimasto sorpreso dall'ondata di irritazione, quasi di furia, che ho sentito. Sulle prime non ho riconosciuto cosa fos­se. A innervosirmi più del lecito, poi, c'era che non riuscivo a leggerti nel pensiero, non riuscivo a capire perché rifiutassi l'in­vito. Soltanto per non dare un dispiacere alla tua amica? C'era qualcun altro? In ogni caso, sapevo che non erano fatti miei, non dovevo badarci. Ho cercato di non badarci. E poi la fila si è allungata». Ridacchiò. Io rimasi zitta e seria, nell'oscurità.
«Restai in ascolto, pieno di irrazionale nervosismo, ansioso di sentire che risposta avresti dato loro, di leggere le espressio­ni sul tuo viso. Non nascondo che nel vedere il fastidio che ti suscitavano provavo sollievo. Ma non mi sentivo rassicurato. Così ho iniziato a venire qui, proprio quella sera. Ho passa­to tutta la notte combattuto, mentre ti guardavo dormire, divi­so tra ciò che ritenevo giusto, morale, etico, e ciò che desidera­vo. Sapevo che se avessi continuato a ignorarti, come avrei do­vuto, o se fossi sparito per qualche anno fino alla tua partenza da Forks, avresti finito per dire di sì a Mike o a uno come lui. Che rabbia.E poi... nel sonno ti ho sentita pronunciare il mio nome. Tanto chiaramente da farmi pensare che ti fossi svegliata. Ti sei rigirata nel letto, hai mormorato di nuovo il mio nome e sospi­rato. Quel momento mi ha sbalordito, e segnato. Ho capito che non avrei più potuto ignorarti». Restò in silenzio per qual­che istante, probabilmente in ascolto dei battiti aritmici del mio cuore.
«La gelosia... che cosa strana. Molto più potente di quanto mi aspettassi. E irrazionale! Anche poco fa, quando Charlie ti ha chiesto di quel vile di Mike Newton...», scosse la testa, ar­rabbiato.«Ecco, stavi ascoltando, avrei dovuto immaginarlo».«Certo che sì».
«Ti ha fatto ingelosire, eh?».«Per me è una novità. Stai resuscitando l'essere umano che è in me, e tutto ciò che sento è più forte, perché nuovo».[…]
«Per quasi novant'anni ho vissuto tra quelli della mia specie, e della tua... sempre certo di bastare a me stesso, senza sapere ciò che stavo cercando. E senza trovare nulla, perché non eri ancora nata».
«Non mi sembra affatto giusto», sussurrai, con la testa sul suo petto, seguendo il ritmo del suo respiro. «Io non ho dovu­to aspettare nemmeno un secondo. Perché dovrebbe andarmi così liscia?».
«Hai ragione», rispose, divertito. «Dovrei proprio renderte­la più difficile. Una volta per tutte». Mi strinse i polsi, nella presa delicata di una sola mano. Accarezzò dolcemente i miei capelli umidi, dalla testa alle spalle. «Dopotutto sei soltanto costretta a rischiare la vita ogni secondo che passi assieme a me, e non è granché. Ti tocca soltanto voltare le spalle alla na­tura, all'umanità... cosa vuoi che sia?».
«Pochissimo. Non mi sembra di dover sopportare una gran rinuncia».
«Non ancora». All'improvviso la sua voce si riempì di un antico dolore.Cercai di scostarmi per poterlo guardare in faccia, ma la stretta della sua mano attorno ai polsi era ferrea.«Cosa...», cominciai a domandargli, ma lui si irrigidì imme­diatamente. Restai impietrita, lui lasciò le mie mani all'improv­viso e sparì. Per poco non cadevo in avanti.
«Sdraiati!», sibilò. Non riuscivo a capire in quale parte del­l'oscurità si fosse nascosto.Mi avvolsi nella coperta, rannicchiandomi sul fianco come dormivo di solito. Sentii la porta aprirsi, era Charlie che sbir­ciava in camera per controllare che fossi dove dovevo essere. Respiravo regolare e pesante, accentuando il movimento delle spalle a ogni respiro.
Passò un minuto interminabile. Restai in ascolto, non ero si­cura di aver udito la porta chiudersi. Poi sentii il braccio di Edward attorno a me, sotto le coperte, e le sue labbra accanto all'orecchio.
«Sei una pessima attrice... secondo me non farai mai car­riera».
«Accidenti». Il cuore mi batteva all'impazzata.Lui prese a canticchiare una melodia che non riconobbi, sembrava una ninna nanna.
«Devo cantarti qualcosa per farti addormentare?», chiese interrompendosi.
«Ah, certo. Come se potessi dormire con te accanto al letto!».«Lo fai sempre».«Ma prima non sapevo che fossi qui», risposi seccamente.
«Be', se non vuoi dormire...», suggerì, ignorando il tono della mia voce. Sospesi il respiro.
«Se non voglio dormire...».Fece una risatina. «Cosa preferisci fare?».
Non potei rispondere subito.
«Non saprei», dissi infine.
«Quando avrai deciso, dimmelo». Sentivo il suo fiato freddo sul collo e il naso che mi sfiorava il mento e respirava il mio profumo. «Pensavo ti ci fossi abituato».
«Il fatto che io resista al vino non significa che non ne possa apprezzare il bouquet», sussurrò. «Il tuo odore è molto florea­le, sai di lavanda... o di fresia. È dissetante».
«Sì, è proprio una giornataccia, se nessuno mi dice quanto sono mangiabile».
Ridacchiò e tirò un sospiro.
«Ho deciso», decretai, «voglio sapere qualcos'altro di te».
«Chiedi pure».
Scelsi la più importante tra le mie domande. «Perché lo fai? Ancora non capisco perché ti sforzi così tanto di resistere a ciò che... sei. Ti prego, non fraintendermi, è ovvio che ne sono contenta. Ma non capisco quale sia la causa scatenante».
Indugiò, prima di rispondere: «È una bella domanda, e non è la prima volta che la sento. Anche gli altri - la maggior parte dei nostri simili, quelli che non rinnegano la propria natura - si chiedono come facciamo a vivere così. Ma vedi, il fatto che ci sia... toccata in sorte una certa condizione... non significa che non possiamo scegliere di innalzarci, di superare i confini di un destino che non abbiamo scelto noi. Cercando di conservare il più possibile l'essenza di un'umanità».
Ero impietrita, immobile, in un silenzio reverenziale.
«Ti sei addormentata?», bisbigliò, dopo qualche minuto.
«No».
«È soltanto questo che volevi sapere?».Alzai gli occhi al cielo. «No davvero!».
«Cos'altro?».
«Perché sei capace di leggere nel pensiero? Perché soltanto tu? E Alice... com'è possibile che veda il futuro?».
Lo sentii stringersi nelle spalle. «Neanche noi lo sappiamo con precisione. Carlisle ha una teoria... secondo lui ognuno di noi porta con sé, nella sua nuova vita, una parte amplificata delle proprie caratteristiche umane. Io, per esempio, probabil­mente ero una persona molto sensibile all'umore di chi mi sta­va attorno. E così Alice, ovunque fosse, forse aveva capacità precognitive».[…]
«Sei pronta per addormentarti?», chiese, spezzando quel breve silenzio. «O hai altre domande?».
«Soltanto un milione o due».
«Ci sono ancora domani, e dopodomani, e il giorno dopo...», mi fece presente. Sorrisi, euforica.
«Mi prometti che non svanirai con l'arrivo del giorno?». Vo­levo esserne sicura. «Dopotutto, sei una creatura leggendaria».
«Non ti lascerò». Suonò come una promessa solenne.
«Ancora una, allora, per stasera...», arrossii. Che fosse buio mi aiutava poco: di sicuro Edward si accorse dell'improvviso calore sulla mia pelle.
«Quale?».
«No, lasciamo perdere. Ho cambiato idea».
«Bella, puoi chiedermi qualsiasi cosa».
Non risposi, e lui sbuffò: «Continuo a pensare che non po­terti leggere nel pensiero col tempo sarà meno frustrante. Inve­ce è sempre peggio».
«Sono felice che tu non sia capace di leggermi nel pensiero. Già è grave che origli quando parlo nel sonno».
«Per favore». La sua voce diventò così convincente, così ir­resistibile.Feci segno di no.
«Se non me lo dici, darò per scontato che sia qualcosa di molto peggio di ciò che è», minacciò cupo. «Per favore». Riec­co il tono implorante.
«Be'...», azzardai, e per fortuna non riusciva a vedermi in faccia.
«Sì?».
«Hai detto che Rosalie ed Emmett si sposeranno presto... Il loro matrimonio è uguale a... quelli umani?». Capì cosa intendevo e scoppiò a ridere: «È lì che vuoi arri­vare?».Cincischiavo, incapace di rispondere.«Sì, immagino che sia più o meno la stessa cosa», continuò. «Te l'ho detto, molti degli istinti umani sopravvivono, sono solo nascosti dietro altri e più potenti desideri».
«Ah».
«Che scopo aveva questa domanda?».
«Be', mi chiedevo, in effetti, se... io e te... un giorno...».Si fece subito serio. Lo sentivo nell'immobilità del suo cor­po. Anch'io restai impietrita, automaticamente.
«Non penso che... che... per noi sarebbe possibile».
«Perché sarebbe troppo difficile per te, sentirmi così... vi­cina?».
«Quello sarebbe senz'altro un problema. Ma ora pensavo ad altro. Il fatto è che sei così tenera, così fragile. Quando mi sei accanto devo badare a ogni mio gesto, per non farti del male. Potrei ucciderti senza sforzo, Bella, anche per sbaglio». La sua voce era diventata un debole sussurro. Avvicinò una mano e ne posò il palmo freddo sulla mia guancia. «Se avessi fretta... se per un secondo non facessi attenzione, potrei sfon­darti il cranio con una carezza. Non ti rendi conto di quanto tu sia friabile. Non posso mai, mai permettermi di perdere il con­trollo, se ci sei tu. In nessun senso, mai». Attese una risposta, sempre più ansioso di fronte al mio si­lenzio. «Sei spaventata?».
Aspettai un altro minuto, per sembrare sincera: «No. Tutto bene».
Per un momento sembrò perso in una riflessione. «Adesso, però, sono curioso io», disse, rasserenandosi. «Hai mai...». La­sciò la domanda in sospeso, in maniera teatrale.
«Certo che no». Arrossii. «Te l'ho già detto, nessuno mi ha mai fatto sentire così, nemmeno lontanamente».
«Lo so. Però conosco i pensieri delle altre persone. E so che sentimento e sensualità non vanno sempre di pari passo».
«Per me sì. Perlomeno adesso che li sento nascere», sospirai.«Bene. Se non altro, una cosa in comune l'abbiamo». Sem­brava soddisfatto.
«I tuoi istinti umani...», m'interruppi, e lui attese che com­pletassi la frase. «Be', mi trovi minimamente attraente anche in quel senso?». Rise e mi arruffò i capelli quasi asciutti. «Non sarò un essere umano, ma un uomo sì».
Senza volerlo, sbadigliai.«Ho risposto alle tue domande, ora è meglio che tu dorma».
«Non so se ci riuscirò».«Vuoi che me ne vada?». «No!», dissi, a voce troppo alta.Rise, e iniziò a sussurrare la stessa ninna nanna sconosciuta di prima: la voce di un arcangelo che mi accarezzava l'orecchio. Più stanca di quanto pensassi, esausta come non mai, dopo una lunga giornata e uno stress mentale ed emotivo quale non avevo mai vissuto, mi abbandonai al sonno tra le sue braccia fredde.