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martedì 22 dicembre 2009

Until The Time Is Through cap 12!

Buon giorno!!

State strascorrendo delle buone vacanze? per allietarle ancora di più, ecco il capitolo dodici della fanfiction Until The Time Is Through. Come sempre, vi raccomando di commentare e di esprimere le vostre opinioni a riguardo.

Buona lettura!

L’ultima sera. L’ultima. Aggettivo azzeccato, se si considera che non potrò mai più vederla. Era l’ultima occasione per averla vicino a me, per sentirla, ancora una volta. L’indomani, non avremo potuto, di fronte a tutti, dirci addio come avremmo voluto.
La festa era finita, e gli invitati, compresa lei con tutto il seguito, erano tornati a casa. Sarebbe sbagliato chiamare “voglia” il desiderio che avevo di andare sotto la sua finestra. Il termine più appropriato sarebbe “bisogno”. Un bisogno insostenibile, esistenziale, che mi vietavo di accontentare solo perché lei me lo aveva vietato. Suo padre mi avrebbe bruciato vivo solo se mi fossi avvicinato a casa sua, tanto era il collera con me. Non che mi importasse di morire in quel momento, s’intende. L’unica preoccupazione era rivedere Isabella soffrire.
E sarei stato premiato. Ci eravamo accordati che sarebbe venuta lei, verso notte fonda. Le avevo chiesto perché non potessi venire io, a patto che sarei stato discreto in tutto e per tutto. Lei aveva rifiutato, dicendo che suo padre l’avrebbe controllata tutta la notte, e che solo lei sapeva come fuggire. Avevo accettato, se questo significava vederla.
A separarci da questo ultimo incontro, un paio d’ore in cui avrei dovuto aiutare mia madre a dare una sistemata alla casa dopo quella cena onirica. Ma non riuscii ad alzare un dito dal divano, e lei sembrò capire. Ero irrequieto.
Le avevo raccontato tutto, ovviamente. Non si era dimostrata troppo contenta. Secondo lei ci stavamo solo facendo più male del dovuto, ma non lo vietò.
Un eternità dopo il mio più recente sospiro, due sassolini alla finestra del salone mi ridestarono dal mio tepore. Mi alzai di corsa dal divano e andai alla porta.
Si stava sfilando il cappuccio della mantella blu dalla testolina esile, e mi sorrise non appena mi vide. Non potei non ricambiare, anche se con meno entusiasmo.
La presi per mano e, senza dare conto a mia madre che ci guardava sconvolta, la guidai alla porta della mia camera al piano di sopra. Prima di entrare, indugiò titubante. Io la presi con delicatezza e la trascinai dentro, prima di chiudere la porta.
Sembrava spaesata.
“Ho intenzione di lasciare tutti fuori, stasera. Non pensare a tuo marito, all’esercito, a niente. Io penserò a te, e tu a me”, dissi poi.
“È strano essere qui. Tu non hai mai visto la mia stanza”, mi rispose, cambiando totalmente argomento. E mise uno dei più bei finti bronci del mondo.
Le andai incontro, e cominciai a farla ridere facendole il solletico suo collo. La sua risata, così pulita e cristallina, era tale e quale a quella di una bambina felice. Anche lei mi si buttò addosso ridendo, con una nota di tristezza nella risata, questa volta. Chissà cosa pensava mia madre di sotto, sentendoci.
Isabella cadde sul letto, da cui si ridestò subito, cercando di sistemarsi i capelli, che circondavano un sorriso ammaccato. Mi sistemai accanto a lei, comprendendo che il momento di spensieratezza era finito.
Aveva ancora le guance accaldate per il contatto di poco prima, mentre si sistemava alla meno peggio i vestiti. Ovviamente, non era stata abituata a stare così vicina ad un uomo.
Ci fu un momento di silenzio, in cui lei cercava di riacquistare un po’ di contegno e io mi aggiustavo la camicia.
“Comunque ti sbagli” dissi, rompendo la tranquillità.
“Su cosa?”, rispose, negandomi il suo sguardo e fingendo noncuranza.
“Sul fatto che io sia stato o meno in camera tua. Ci sono stato, ma tu dormivi”. Le sorrisi, vedendo che l’avevo colta di sorpresa.
“Ti ho stretto la mano, ad un certo punto?” mi domandò.
“Si..” e lei sorrise “sono stato da te per tutta una notte, in cui non ho chiuso occhio”, risi leggermente.
“Credo di essermi accorta di te, in qualche modo”.
“Ci speravo. Non sai che strano parlarti e guardarti nei giorni successivi. Era insopportabile sapere di essere l’unico consapevole di aver passato una intera notte nello stesso letto”.
“Non hai temuto mio padre? A quel punto, non so cosa sarebbe stato peggio: andare nell’esercito oppure essere scoperto durante la notte nel letto di una ragazza incosciente..” suppose.
“Ma non ho fatto niente di male!” esclamai con finta indignazione.
“Io questo lo so. Ma devi ammettere che una persona estranea ne sarebbe orripilata, come minimo, considerando l’epoca di malcontento in cui viviamo”, mi rispose, nella voce un tono di giocosità, per la prima volta.
“Ripensandoci ora, lo rifarei. Queste due settimane, tutto quello che ci siamo detti.. ne valeva la pena. Vivere questo momento è una delle cose più belle della mia vita” conclusi.
E lei riprese, dopo pochissimi secondi di pausa: “E quale sarebbe la cosa più bella tra tutte?”.
“Direi che tu stai scalando molto rapidamente la classifica” ammisi.
Lei sorrise maliziosa. Mi avvicinai a lei, e la nostra pelle ormai si sfiorava. Quanto avrei voluto tenere la sua mano nella mia! Accostai le dita al suo profilo, proprio vicino al ginocchio, e lei appoggiò le dita sulle mie. Ero così strano stare con una donna così. Ero contento che lei fosse la prima e l’ultima.
“Ci sarai domani?” chiesi. Non ero sicuro di volerla vedere mentre me ne andavo.
“Non ne sono sicura. Stasera volevo vederti proprio per questo, perché non è certo che ci sarò. O perlomeno, non da sola”. La fine della frase era poco più di un sussurro. Non l’avevo ricordato prima: lei era fidanzata ufficialmente. Ero stato così bravo a promettere di lasciare tutto fuori dalla porta che avevo dimenticato completamente questo dettaglio non proprio trascurabile. Se sarebbe venuta, sarebbe stato non per me, ma per il suo fidanzato e futuro marito. Dovevo avere un viso contratto dal dolore, perché Isabella mi circondò con le sue braccia ossute ed esili, ma che mi marchiavano la pelle come fuoco.
Il suo braccio finì sotto il mio mento e, senza pensarci, la sfiorai con le labbra proprio in quel punto. Toccare la sua pelle in quel modo del tutto nuovo fu per me solo fonte di confusione e di desiderio. Fu una sensazione stranissima, che la mia mente chiedeva di ripetere. Così, senza farlo consciamente, ripoggiai le labbra sul suo braccio. Notai solo dopo che le avevo provocato la pelle d’oca, ma questo non mi fermò. La sentivo immobile, forse perché temeva di rovinare quel momento.
Continuai a baciarla lungo tutto il suo fragile braccio, fino a che arrivai alla clavicola. Lei poggiò la testa sopra i miei capelli, e la sentii sorridere.
La scostai da me, ma solo per metterle le mani sul viso. Di nuovo, un brivido mi percorse la schiena. La guardai a lungo, prima di cominciare ad avvicinarmi a lei. Fremevo.
Sotto le miei mani, il suo viso prese fuoco. Poi, anche lei si avvicinò cautamente a me. Ormai solo pochissimi millimetri ci separavano. Avrei voluto che fosse lei a fare l’ultimo passo, cosicché non mi sembrasse di averla costretta a farlo. Ma lei era immobile, e tratteneva il respiro.
Stavo per allontanarla da me, quando lei sospirò, e il suo dolce respiro si posò su di me. E persi il controllo.
Ricoprii quei pochi millimetri tra la sua bocca e la mia e poggiai la mano dietro la sua nuca, per tenerla salda a me.
Al momento del contatto, fummo travolti entrambi. Sapevamo di fare qualcosa di sbagliato, di ingiusto, qualcosa per cui la nostra testa ci diceva di smettere. Era una forza poco promettente, a confronto del desiderio che ci obbligava a non dividerci.
All’interno della mia testa, un vortice di pensieri spazzava tutto quello che si trovava davanti, privandomi della ragione. Il bisogno di lei, che mi stava facendo commettere un crimine. La paura, che mi impediva di godermi a fondo quel momento. Ma di tutto questo mi importava poco; volevo solo essere con lei.
Quando la sentii ansimare, la lasciai andare. Non le avevo ancora tolto le mani di dosso, che mi costrinse di nuovo vicino a lei; e, non si sa come, ci ritrovammo nuovamente con la labbra incollate. Mi resi conto improvvisamente di quanto erano soffici le sue labbra, di quanto era delicato il suo tocco. Delle sue labbra che si muovevano in sincrono con le mie. Un miracolo.
Poco dopo, fui io ad allontanarmi per riprendere fiato. Lei si accomodò vicino a me, rossa come un peperone.
Non dicemmo niente per alcuni minuti, fino a che io non proclamai la cosa più vera del mondo:
“Ti amo”, sussurrai.
“Anche io”.

Al prossimo capitolo!

martedì 15 dicembre 2009

Until The Time Is Through cap 11!

Buonasera a tutti!

Vi posto, come ogni settimana, l'ultimo capitolo della fanfiction Until The Time Is Through. Oggi, tante sorprese e colpi di scena! E, come sempre, vi auguro buona lettura!!

Nelle due settimane successive, mi rifiutai anche solo di aprire l’armadio per prendere il borsone. Al contrario, mia madre si dava da fare. Si alzava la mattina, e doveva uscire per andare a comprare un bottone che le sarebbe servito a rammendare una mia camicia. Sul tardo pomeriggio, si metteva a sistemare tutto quello che mi sarebbe servito.
La partenza era prevista per il fine settimana e mia madre, donna mondana quale era, aveva organizzato per due giorni prima una cena per pochi intimi amici. Ovviamente ci sarebbe stata anche lei, Isabella. Erano due settimane e mezzo che non la vedevo,e il dolore della lontananza non era diminuito neanche un po’.
Appena arrivò il giorno della festa, non ebbi il coraggio di alzarmi dal letto per tutto il tempo. La borsa era pronta, a breve gli invitati sarebbero arrivati, e mia madre faceva finta che non stesse succedendo niente. E siccome non mi piaceva guardarla, stetti tutto il giorno a rigirarmi nel letto, insonne.
Toc
“Posso entrare?” domandò lei dalla porta. Mi misi seduto sul letto, poggiando le mani sulle lenzuola sgualcite, enormemente sgradevoli al tatto. Senza aspettare il mio assenso, la massa di capelli rossi e ricci di mia madre fece il suo ingresso nella camera. Aspettò alcuni secondi sulla porta, esitante, finchè non le feci un segno del capo, dandole il permesso di entrare.
“Ti ho preparato bene la valigia. Sei pronto a vestirti? Gli ospiti stanno arrivando”. Abbassò lo sguardo, e giunse le mani all’altezza della vita.
“Si, vado”, le risposi. Prima di uscire dalla parta, le cinsi i fianchi, e la lasciai andare delicatamente poco dopo. Mi rinchiusi in bagno, dalla quale uscii una mezz’ora dopo, perfettamente vestito e ripulito, come un damerino di corte.
I primi invitati erano arrivati, e li andai a salutare cortesemente. Ovviamente, guardavano sia me che mia madre in modo compassionevole, dato che, in due settimane, ci eravamo rovinati. Lei, mandata in rovina dal figlio. Io, mandato in rovina da me stesso e dalla mia stupidaggine.
Pochi minuti dopo, l’atmosfera si era fatta plumbea. Più che un’amichevole cena, sembrava un funerale. I visi tristi c’erano.
Gli Hart erano arrivati già da un bel po’. Non mi avevano neanche salutato, e non è che ci sperassi. Le due sorelle , perfettamente vestite e coordinate tra loro, erano in bella compagnia. Claire, la maggiore, era accompagnata dal suo futuro marito, un uomo più grande di lei dallo sguardo stralunato. La sorella, la mia Isabella, invece, era con un bell’imbusto biondo, che si guardava intorno sorridendo come un’ammaliante ebete. Le teneva teneramente la mano.
Appena i miei occhi e quelli di Isabella si incontrarono, abbassò subito lo sguardo. Il viso diventò violetto, e il suo viso era rivolto verso il basso, verso la mano sinistra. Mi ci vollero pochissimi secondi per capire che cosa guardava. Sulla sua mano, infatti, brillava un anello d’oro bianco delicato, che faceva a pugni con la sua bella carnagione bianca. Mi sentii crollare il mondo addosso. Si era fidanzata.
Si rese conto che avevo visto l’anello, e cacciò la mano subito dietro la schina, togliendola dalla stretta del ragazzo. La guardai con aria truce e avvilita, notando che nei suoi occhi c’erano solo dolore e delusione.
Per la mezz’ora successiva, non le staccai gli occhi di dosso. Sperai che nessuno notasse la maniacalità con cui guardavo prima lei, poi lui, poi l’anello. A giro.
Lei, come lui, sempre sorridente. Non potevo non dubitare che fingesse di essere felice, anche perché vedevo che a volte pure lei mi guardava con aria sofferente. Forse anche lei agognava le mie braccia, al posto di quelle di lui.
Data la mia sfortunata situazione con il padre, non potevo neanche avvicinarmi. Grazie al cielo, il signor Hart aveva avuto l’accortezza di non lascarsi sfuggire niente di quel brutto incidente avvenuto a casa sua tempo prima. Sicuramente non voleva che mia madre provasse vergogna a mostrare la sua faccia in giro per colpa del figlio adolescente, e quindi di conseguenza immaturo.
Dopo aver parlato del più e del meno per un po’ con la nostra vicina di casa, Isabella si scusò cortesemente, chiedendo di poter andare a prendere un po’ d’aria. La lasciai andare, convinto che volesse solo riprendere un po’ il fiato. Da sola.
“Va da lei, Edward”, mi ordinò mia madre da dietro, indicando la porta. Non dovetti riflettere per seguire quel consiglio. Le mia gambe sembravano autonome, senza alcun controllo. E volevano andare da lei.
La trovai al secondo piano, davanti alla porta di camera mia. Aveva la schiena appoggiata al muro, le gambe flesse, quasi fosse seduta sopra una sedia immaginaria. Erroneamente, feci scricchiolare l’ultimo gradino della scala di legno, e lei alzò lo sguardo. Appena mi riconobbe attraverso quei lacrimoni che a stento tratteneva negli occhi, si raddrizzò, sistemando le pieghe del vestito blu. Non mi guardò, e subito chiuse gli occhi, puntando la testa verso il basso.
Appena lo rialzò ed aprì gli occhi, le lacrime erano sparite, e la mascella era premuta contro i denti.
“Dì qualcosa, ti prego” soffiò.
“Cosa dovrei dire? Auguri di buon fidanzamento”. Cercai di mantenere un tono distaccato. Era difficile.
“Sai che non è dipeso da me, Edward” singhiozzò.
“E da chi allora? Non mi dire che ti hanno obbligata, perché non ti crederei. So che non è vero”, tuonai. Nel sentire la mia voce ostile, le barriere di Isabella calarono. Scoppiò in singhiozzi convulsi.
Le sue lacrime ormai sgorgavano senza freno. Tra il pianto, cercava di parlare, di spiegare.
“O-ogni contatto, con lui, è una tortura, Edward. Non sai cosa significa desiderare così ardentemente che ci siano un altro paio di braccia a stringerti, un’altra voce che all’orecchio ti sussurri i sonetti di Romeo e Giulietta. Impazzirò. Cerco di non darlo a vedere, ma so che lui se ne accorgerà prima o poi. Non è stupido come sembra a prima vista”. Cercai di non fare vedere la sorpresa che mi colse. Mi stava dicendo che non sarebbe riuscita a lungo a nascondere il suo amore per me. Era la cosa che desideravo di più sentire, e quella che temevo più di tutte. Ci stavamo rovinando.
Il mio silenzio aveva sconvolto Isabella, che si aspettava almeno un commento da me.
“Devi scendere, o tuo marito si insospettirà”, le dissi, con l’espressione prima di emozioni. Fu indescrivibile la sofferenza che provai nel vedere il suo viso tramortito dallo stupore.
“Non puoi dirmi una cosa del genere. Io resto. Con te mi infilerò nella valigia, e mi porterai con te al campo di addestramento. Farei di tutto” piagnucolò, tra le labbra. Mi venne incontro, e mi si buttò addosso, appoggiando la testa al mio petto.
La strinsi con fermezza ma dolcemente tra le mie braccia, così da poter mettere tutto nella memoria. Il suo odore, la finezza dei suoi capelli, la morbidezza delle sue labbra. Labbra che avevano sfiorato la mia pelle solo una volta. Quanto avrei voluto che lo avessero fatto un’ultima volta.
Si allontanò un po’ da me, ma solo per tenermi la mano.
Sentivo il trambusto, di sotto, di persone che cercavano lei. Ma Isabella non se ne curava, e io volevo solo gustarmi il momento. Le accarezzai la mano col pollice, sentendo all’improvviso la pietra dura e fredda dell’anello di fidanzamento a contatto con la mia pelle.
Mentre lei poggiava la testa al muro, socchiudendo gli occhi, io portai la sua mano in alto, in modo da osservare l’anello all’anulare. Senza pensarci, glielo sfilai, e lei riaprì subito le palpebre, spalancandole per la sorpresa. Il le sorrisi debolmente.
“Non puoi chiedermi di accarezzarti la mano mentre lo indossi. Non posso toccarti mentre sulla tua mano c’è il simbolo della tua appartenenza ad un altro” sussurrai. Le detti l’anello, così che potesse farne ciò che desiderava. Lo lasciò cadere nella tasca del vestito.
“Io non gli appartengo. Tra due giorni partirà per la guerra, e per me sarà solo un povero ragazzo messo di forza addosso alle schiere nemiche. Ma per te è diverso. Lo sai”
“Promettimi che ci sarai, Isabella. Giura che, per quanto a lungo io possa mancare, tu non mi dimenticherai. Perché io ti dico adesso che tu sarai l’ultimo pensiero che farò prima di avventarmi contro un uomo, la prima cosa a cui penserò quando il sole sorgerà. Tu, e tu soltanto”, dissi. Non sembrò stupita dalle mie parole, ma potevo vedere nei suoi occhi un bagliore nuovo.
“Ti amo”, completai.
Il suo cuore, dapprima solo con un battito accelerato, ebbe un tuffo. L’avevo sorpresa. Si riprese subito, e prontamente mi rispose:
“Ti amo anche io”.
Di nuovo, come altre mille volte prima, ci immergemmo l’uno negli occhi dell’altro. Non c’era bisogno di parlare, in momento come quelli.

Alla prossima settimana!

martedì 8 dicembre 2009

Until The Time Is Through cap 10!

Buonasera e felice giorno dell'Immacolata Concezione!

Come ogni martedì, ecco a voi la fanfiction "Until The Time Is Through", che oggi festeggia il suo decimo capitolo! La fine è ancora lontana, e vi raccomando ancora di commentare!
Buona lettura!


“Eccoci” annunciai, sottovoce.
Ci trovavamo davanti ad un complesso enorme in mattoni rossi, dove ragazzi in divisa vagavano qua e là. La caserma era più invitante di quanto avessi mai pensato. Negli ultimi tempi, con l’amore per la mente, avevo dimenticato quanto mi sarebbe piaciuto godere anch’io della gloria portata dalla tuta mimetica e dalla guerra; questo era il mio sogno fino ad alcune settimane prima. Sapevo di non poter sposare Isabella, e questo mi riportava al piano precedente. Ovviamente non l’avrei dimenticata, anche perché l’amore che provavo per lei era inimmaginabile. Sarebbe stata una distrazione, però, sul campo d’armi.
“Nome?”, mi risvegliò un voce cupa, senza tonalità. Alzai il volto, e vidi che un cadetto, grosso più o meno quanto un armadio mi stava davanti.
“Edward Anthony Masen”, risposi con voce ostinatamente sicura.
“Desideri?”
“Sarebbe possibile parlare con il sergente David Smith?” domandai, esitante.
Mi rispose con un’espressione strana, dispiaciuta. Lo vidi guardarsi intorno, e il suo sguardo cadde su mia madre, che stava leggermente dietro di noi, timorosa. Anche il modo in cui si atteggiava cambiò: si comportava non più con sufficienza e con maniere rudi, ma sembrava interessato.
“è mia madre” chiarii io, tagliando corto, dato che guardava ancora mia madre.
Quando si sentii nominata, barcollò verso di noi. Solo quando fu vicinissima, il cadetto ricominciò a parlare.
“Sono terribilmente dispiaciuto di comunicarvi che il generare Smith è deceduto poco tempo fa in un’azione di guerra. Voi siete familiari?”
“Amici. Solo amici” chiusi io il discorso.
“Sono spiacente. La famiglia è stata già avvertita alcune settimane orsono, se vi interessa” balbettò e, dopo pochi secondi, se ne andò.
Il viso di mia madre,fino a poco prima tranquillo, adesso era lo specchio del terrore. Le misi un braccio dietro la schiena, così da poterla sorreggere. La trascinai in macchina, dove a stento scambiammo poche parole. L’unico segno di sopravvivenza da parte sua era il respiro a volte calmo, a volte affannoso.
Arrivammo a casa, e mi chiese se potessi portarla a letto. Una volta nella sua camera, la lasciai adagiarsi sulle lenzuola, e io mi sistemai davanti al letto, per osservarla. Non sembrò accorgersi di me, anche perché prese sonno quasi subito.
Il suo viso era contratto, segno che anche durante il sonno gli incubi non le lasciavano spazio per stare tranquilla. La bocca piegata in un amabile broncio, espressione che doveva aver fatto cadere ai suoi piedi tanti baldi giovani, a suo tempo.
Solo quando la vidi di rilassarsi, mi permisi di tornare nella mia camera. L’ordine che avevo lasciato lì dentro era terrorizzante. Sembrava fossi già partito. Piano piano mi abituai al buio, e riuscii a scorgere meglio i contorni. Il letto, perfettamente sistemato, urlava già la mia assenza.
“E così, tra due settimane mi arruolo. Fantastico” dissi a me stesso. Dopo tutti gli sforzi di mia madre per farmi evitare la guerra, anche la mia ultimissima speranza era scomparsa.
“L’unica cosa che posso fare è cercare di rimanere in vita, pure quando mi manderanno contro le schiere nemiche”.
Ma chi volevo prendere in giro? Quanti uomini- e si parla di uomini, non diciassettenni- erano sopravvissuti in passato alla guerra?
Uno su un milione.
Eppure, pensò la parte ottimistica di me, IO dovevo essere quell’uno. Per me stesso. Per mia madre. Per Isabella.
Già, Isabella. La donna che amavo di più al mondo e che non potevo vedere. Che illuso che ero stato a dirmi che sarei riuscito a vivere senza di lei. Sol otre giorni erano passati da quando l’avevo vista. Che non ammiravo la sua bocca, le sue lunghissime ciglia, il candore delle sue guance.
Se solo avessi avuto più tempo, quante cose le avrei detto.
Fui immobilizzato da una dura verità, che mi mozzò il fiato per la sua durezza.
Probabilmente non l’avrei mai più rivista.

Buona giornata!

martedì 1 dicembre 2009

Until The Time Is Through cap 9!!

Buonpomeriggio Twilighters!


Oggi, come ogni martedì, vi posto il nono capitolo di Until The Time Is Through. Non mi dilungo, voglio solo raccomandarvi di dire cosa ne pensate nei commenti.. e adesso,buona lettura!!



Un giorno. Nessun segno di lei. Ero stato fuori tutto il giorno a vegliare sul viale, sperando di vederla arrivare. Non venne, e io rinunciai solo a tarda sera, quando il freddo mi impedii di restare ancora fuori. A cena, io e mia madre sedemmo silenziosi, fino a che non mi obbligò a raccontarle bene cos’era successo a casa Hart. Inizialmente sembrò stringere i pugni. Poi, allentò la presa, e forse era riuscita a capire la mia situazione.
Adesso girava per la stanza, e mi guardava con aria apprensiva, le mani congiunte all’altezza della vita. Mi misi a fissare un punto nel vuoto, e tutto divenne sfocato.
“Edward”, sentii chiamarmi da dietro. Mi fissava, quasi alle lacrime. Con un cenno del capo, mi fece segno di seguirla in cucina, e io mi dovetti adattare al suo passo lento e stanco. A testa bassa, mi precedette, prima di sedersi a capotavola. Presi posto accanto a lei, cercando di non guardarla. Non volevo vedere di nuovo la sua espressione dolorante, sempre uguale da giorni, ormai.
A sorpresa, mi prese le mani, ruvide e gelide. Non stava bene. Le sfregai contro le mie, tentando di riscaldargliele. Sentivo il suo sguardo su di me, che studiava ogni mia piccola mossa. Alzai il viso, e fui travolto dall’immagine che mi trovai davanti. Sembrava molto più vecchia di quanto era, e le rughe di preoccupazione le solcavano pesantemente il viso. La bocca sottile e poco carnosa le tremava spasmodicamente. Sembrava una bambina molto cresciuta che fa i capricci.
“Edward, cosa dobbiamo fare?? Tra poco ti verranno a prendere, e io resterò sola”, balbettò.
“Non so cosa fare, non so come lasciare tutto così. Ma non so neanche come evitarlo. Se non andrò io, mi prenderanno con la forza”, le risposi, socchiudendo gli occhi. Mi sentivo a disagio perché aveva sempre evitato l’argomento, o lo aveva trattato con indifferenza. Era diverso, per me, vederla così triste ed indifesa in quel momento. Probabilmente non era mai stata pronta per l’argomento, e ora si era vista costretta, visto che i tempi correvano veloci.
“Domani andremo a parlare con David. Te lo ricordi? L’amico di tuo padre, nell’esercito”, balbettò. Appena nominò mio padre, ebbe un evidente fitta al petto, segno che ancora invadeva i suoi pensieri.
“E in che modo potrebbe aiutarmi lui??” chiesi. Con la fortuna che mi ritrovavo, se fossi andato in caserma prima, mi avrebbero arruolato in anticipo.
“Gli chiederemo dei rinvii, per temporeggiare. Se saremo fortunati” e mi strinse forte la mano”la Guerra finirà”.
“Da quando non sentite questo Mr. David??”
“Anni, ormai. Da quando tuo padre se n’è andato”, rispose, più sicura rispetto a prima.
“Tentar non nuoce” sussurrai, più a me stesso che a lei, e la lasciai in cucina da sola.

Al prossimo martedì!

martedì 24 novembre 2009

Until The Time Is Through cap 8!!

Buonasera twilighters!!

Ecco l'ottavo capitolo della fanficion Until The Time Is Through. Vi auguro buona lettura, e vi aspetto numerosi nei commentiii!!!



Mai avrei potuto essere così presuntuoso. Mi ero ripromesso di non cercarla, di non provare ad avvicinarmi a casa sua. Di non pensarla ogni minuto della mia vita.
Sapevo ch era impossibile far finta che non esistesse. Non che non cercassi si pensare ad altro, s’intende. Ne avevo di pensieri, eccome.
Il primo sulla lista, dopo Isabella, era come ottenere un rinvio per l’arruolamento dell’esercito. Speravo in una breve conclusione della guerra, così da poter evitarla completamente. D’altronde, l’America era entrata così tante volte in guerra prima di allora, per poi tornarne fuori quasi illesa. Poteva essere così anche questa volta. Doveva esserlo, anche perché non osavo pensare a mia madre, di nuovo da sola in quella casa, senza un uomo a proteggerla. Proprio lei appariva ancora scossa da quello che era successo un paio di notti prima, che vedeva come risultato il mio mancato matrimonio.
Ci aveva sperato, ed era quasi fatta. Ed io avevo rovinato tutto, dandole un altro motivo per non dormire la notte, che passava a pregare per me.
La mia ultima bellissima carta era Isabella, e me l’ero giocata male, come un incallito giocatore di carte che non è in grado di fare la faccia da poker. Mi venne un colpo solo ad evocare il suo volto tra i miei pensieri.
Mi sistemai davanti alla finestra che, in quegli ultimi giorni, era stata la mia postazione preferita.
Non guardavo niente, non riuscivo a vedere niente. Tutto mi appariva sfocato.
Forza Edward, sii uomo e valla a cercare.
Resta dove sei, hai già fatto troppi danni, mi disse la parte ragionevole di me, mentre l’altra protestava. Avevo una voglia indescrivibile di vederla. Chissà come avrebbe reagito, nel vedermi spuntare nel suo balconcino, sorridendole. Avrebbe gioito? Si.
Guardai l’ora. Quasi mezzanotte. Possibile che ci dovessimo vedere sempre e solo di sera?
Scesi al piano di sotto, dove mia madre era appisolata sul divano. Poggiai un piccolo bacio sulla sua fronte, prima di uscire nella notte, come un spettro.
Come sempre, guardarmi intorno era d’obbligo.
Un piccolo rivolo d’acqua mi scivolò accanto, senza bagnarmi. Seguii la sua scia, che proveniva da un tombino al bordo della strada, sul marciapiede. Chissà cosa c’era dentro. Per quanto la domanda mi allettasse, non esitai e in cinque minuti ero sotto il suo balcone. E questa volta era il balcone pieno di fronzoli giusto.
Annusai l’aria, e venni investito dal suo inconfondibile odore, che aveva impregnato l’aria: fresia con una spruzzata di miele.
Con la massima leggiadria che mi era consentita, mi arrampicai su per il balcone facendo leva sulle gambe, poggiate sull’albero del giardino.
Arrivato in cima, con un salto finii sul balcone, dove controllai eventuali contrattempi ai vestiti. Tutto perfetto.
Acquattato come un ladro, posai la mano sulla maniglia della porta- finestra, quand’essa di aprii senza essere forzata. In quel momento, la vidi.
Stava dormendo. Tutta accovacciata tu se stessa, era intrecciata ad una coperta azzurro cielo, che si era adattata alle sue forme. Le gambe, lisce e perfette, era chiuse sulla pancia, coperta da una brutta camicia da notte. Perfettamente immobile, Isabella sembrava che neanche respirasse.
Entrai prima un piade poi l’altro, in modo da non fare rumore. Prima di arrivare al letto, mi concessi un giro per la stanza. Era azzurra, come la coperta. Spoglia, tranne per gli unici mobili che erano il letto a baldacchino, la scrivania spaziosa, e una poltrona. L’armadio, questa volta beige, era semplice, a due ante. Lo aprii, e notai con meraviglia che lì il suo odore era ancor più forte. Passai la mano tra i suoi vestiti, gustando la sensazione del contatto delle stoffe con la pelle. Usava molto il velluto, potei vedere.
Mi spostai alla scrivania, dove vidi alcuni fogli sparsi da una parte e dall’altra del tavolo. La sua scrittura, così ordinata e così precisa, si era soffermata di più in alcuni punti, ed il suo tocco gentile non era riuscito a cancellare completamente alcune parole. In qualche modo, riuscii a non toccare niente. Lei non doveva sapere che ero stato lì.
Posato sulla scrivania, un vaso colmo di erbette dallo stelo lungo faceva da contenitore al fiore che le avevo regalato al nostro primo incontro. Lo aveva conservato. Tirai un sospiro.
Tornai al letto con lo sguardo, per controllare che non si fosse svegliata. Per fortuna no. Mi adagiai accanto a lei, con la delicatezza di una farfalla, in modo da non disturbarla nei suoi sogni. Non osavo manco toccarla.
Il desiderio di farlo era inimmaginabile. I suoi capelli fini mi sfioravano il braccio, facendo aumentare il desiderio. Ero teso, pronto a scattare nel caso fossi stato scoperto. Da suo padre, o da lei.
Ma era inutile fare congetture di fuga, quando l’unica cosa che desideravo era stare accanto a lei. E che il mio bisogno di toccarla mi stava facendo quasi tremare. Era troppo, basta.
Avvicinai lentamente le dita alle sue, stringendole. Appena le nostre dita si sfiorarono, lei rabbrividì; avevo le dita più fredde delle sue, per via della temperatura esterna.
Ma non ritrasse la mano, e io potei poggiare tutto il palmo della mano contro il suo, sicuro che non l’avrebbe lasciato.

Durante la notte, cambiò frequentemente posizione. Mi sorprese quando cominciò a farsi più vicina a me.
In un primo momento, aveva appoggiato il viso semplicemente tra la mia clavicola e l’orecchio, forse scambiandomi per un cuscino un po’ più duro del solito. Sentivo il suo leggero respiro sul collo, e la voglia di svegliarla cresceva.
Poi, come se non bastasse, dopo pochi minuti, appoggiò la testa sul mio petto, facendo finire i capelli solo il mio naso.
Se suo padre fosse entrato in quel momento, non avrei visto più il sole sorgere.
Rimasi sveglio tutta la notte, sperando e temendo il suo risveglio. Ogni volta che Isabella cambiava posizione, il sangue pompava più veloce nelle vene.
Rimanevo combattuto, se andarmene prima che lei aprisse gli occhi o dopo.
Non riuscii a rimanere molto a lungo, quando vidi albeggiare attraverso le tende alle finestre.
Feci in modo di non svegliarla quando mi sfilai dal letto e fuggii dalla luce del sole sorgente.
Mi soffermai altri lunghissimi momenti ad osservarla sull’uscio del balcone, pregando con tutto me stesso che mi vedesse, prima che me ne fossi andato. Non volevo essere l’unico che avesse avuto dei ricordi di quella notte meravigliosa. Ma lei non si svegliò, neanche mentre mi chiudevo la porta alle spalle.
Mentre mi calavo dalla staccionata del balcone, la vidi stiracchiarsi, segno del suo imminente risveglio.


Buona serata e al prossimo Martedì!!

martedì 10 novembre 2009

Until The Time Is Through cap 7!

Buonasera a tuttiii!!

Mi scuso enormemente per il ritardo, e vi posto il settimo capitolo di Until The Time Is Through. Mi raccomando, commentate numerosii!!!!
Buona lettura!

Chissà come le apparivo in quel momento: lei, altera e forte, tanto da venire a casa di un uomo a quell’ora della notte di nascosto e tutta sola, doveva pensare che di un uomo non avevo niente. Mi ero lasciato sbattere fuori casa sua senza controbattere, abbandonando la nostra causa. Sicuramente si aspettava un altro genere di cose.
“Voi lo sapete vero? Per questo siete qui” sussurrai, più a me stesso che a lei. Avrei dovuto fare qualcosa per Claire, una volta sistemato tutto. Isabella si avvicinò, mentre io la guardavo con la mente annebbiata.
I nostri occhi si incontrarono, mentre lei annuiva leggermente, rispondendomi. Sembrava avesse paura della mia reazione.
“Mi dispiace” sussurrò, la voce flebile come mai prima. Sembrava sull’orlo del pianto. Rimasi di sasso.
“Non capisco” risposi, interdetto. E lei abbassò lo sguardo, nascondendo i suoi occhi tra le foltissime ciglia nere. Continuava a non rispondermi.
“Perché siete venuta qui?” ripetei. Alzò la testa, fissandomi con un aria di sfida.
“Se voi non foste venuto a casa mia stanotte, avremmo potuto sistemare tutto senza troppi intoppi. Siete stato un incosciente. Cosa vi è passato per la mente?”
“Dovevo parlarvi. Di me, di noi. E so per certo che anche voi volevate” le dissi, gonfiando il petto.
“Volevo venire a casa vostra?”. Alzò il sopracciglio destro, incredula.
“Non parlo di questo. Anche voi secondo me volevate parlarmi” spiegai.
“E come mai ne siete così certo?” domandò, inclinando la testa, curiosa.
“Siete venuta. Già di per sé questa è una prova”.
Seguì un momento di silenzio, interrotto solo dai nostri respiri affannati, un po’ per il freddo, un po’ per l’emozione. Un altro momento di silenzio, in cui avrei potuto giurare di aver visto l’indecisione balenare nei suoi occhi.
“Forse avete ragione” disse poi, rassegnata. Quando mi guardò, i suoi occhi erano velati dalla commozione. Dentro di me, sentii azionare un meccanismo ad orologeria, che fece scattare le mie gambe verso di lei.
Mi avvicinai cautamente, in modo da non spaventarla. Con lentezza massima, la feci scivolare tra le mie braccia, in modo da darle un riparo.
Mi lasciò fare, e si accoccolò sul mio petto. Mi poggiò le mani sulle braccia, pronta per bloccarmi nel caso in cui avessi fatto qualcosa di illecito. Ma non lo avrei fatto. Non avrei osato fare qualcosa che avrebbe potuto in qualche modo essere nocivo per lei. Ogni cosa nella mia testa, infatti, mi diceva di staccarmi da lei, che era tutto sbagliato. Anche solo quel contatto non mi era permesso. Se ci avessero visto in quel momento, non so cosa sarebbe successo.
Ma come succedeva spesso, in quei tempi, mi rifiutai di ascoltare quella vocina fastidiosa che mi urlava di lasciarla. Stavo con lei appoggiata a me, al resto avrei pensato poi.
La strinsi più forte, facendo attenzione nel caso lei non avesse voluto. Ma, per mia fortuna, anche lei mi strinse.
Abbassai lo sguardo, quando mi accorsi che alcune piccole gemme cristalline si erano posate sul mio braccio.
Isabella stava piangendo.
La baciai delicatamente sulla fronte, socchiudendo gli occhi. Il profumo dei suoi capelli, così delicato e delizioso, mi inebriò la mente.
Quello che successe dopo, mise a dura prova il mio autocontrollo.
Lei, più intraprendente che mai, si lasciò baciare. Ma, invece di rimanere impassibile, volle essere partecipante attivo.
Attaccò le labbra morbide e rosee alla mia guancia intorpidita. La sensazione che in me scaturì quel contatto fu indescrivibile. Ma non potevo andare oltre, non mi era permesso.
Mi staccai da lei, dolorante fino in fondo per l’improvvisa assenza di lei tra le mie braccia.
“Non può finire così, Edward.”, disse, con le guance ancora rigate dalle lacrime. Le sfiorai la guancia con la mano, per asciugarla. A sorpresa, mi prese la mano e la trattenne sulla sua pelle vellutata.
“Devi andartene”, sussurrai. Di fretta, staccai la mano dal suo viso, e i suoi occhi divennero vitrei. Mi fissava, priva di alcuna emozione.
“Sai che abbiamo tutti contro di noi. Se si sapesse che sei venuta qui, nessuno ti vorrebbe più come moglie. Finirei per rovinarti la vita, e non voglio”. Avevo chiuso in quel momento il cuore in una cassa, dal quale non lo avrei tolto mai, dopo quella sera.
“Edward, io ora me ne andrò. Ma sappiamo tutti e due che non potremo stare lontani molto a lungo” esalò, prima di voltarsi verso casa sua. Con una voglia matta di seguirla, allungai la mano verso di lei, involontariamente.
E, sempre senza che un pensiero coerente comandasse le mie gambe, cominciai a seguirla, assecondando i suoi movimenti.
Si fermò poco dopo, in mezzo alla strada, senza voltarsi verso di me. Anche se aspettava che la raggiungessi, non lo feci.
Lei sembrò capire, perché si affrettò verso la porta di casa, ormai distante solo alcuni metri. Mi scoccò un ultimo sguardo triste, prima di sparire tra le mura di quella casa. Con la testa più spenta che funzionante, barcollai senza forze per tutto il quartiere, in attesa di veder spuntare l’alba.
Ero vuoto, completamente. Se avevo mai avuto qualcosa, adesso sentivo solo ceneri volare da una parte all’altra del mio corpo, graffiando e consumando tutto quello che restava di me. Ma non osai ripensare al volto di Bella prima di entrare a casa. Sperai avesse capito. Eravamo già andati troppo oltre.

Al Prossimo Martedì!

martedì 3 novembre 2009

Until The Time Is Through cap 6!

Buon pomeriggio twilighers!

Ben ritrovati con la fiction del martedi, ovvero Until The Time Is Through!
Siamo già arrivati al sesto capitolo!! spero vi siano piaciuti gli altri!
Vi raccomando sempre di commentare, voglio sapere cosa ne pensate!

Quando tornai a casa, quella notte, ero più che preparato ad una sfuriata epica di mia madre. Ero stato ore ad assaporare l’aria autunnale per le vie del quartiere, pensando ad un modo gentile per dirle che non mi sarei più sposato.
Chissà perché, un semplice “Mamma non mi sposo più perché mi sono intrufolato a casa di Isabella facendo infuriare suo padre” non mi convinceva.
Così entrai a casa, pronto a veder sbucare da dietro l’angolo mia madre in camicia da notte che urlava a squarciagola. Ma il silenzio regnava nel soggiorno.
Mi diressi verso la cucina, sperando di trovarla, e mi trovai di fronte ad una scena raccapricciante.
Mia madre, come avevo previsto in camicia da notte, era seduta su una delle sedie attorno al tavolo, con il gomito appoggiato al legno scuro del bancone, che si teneva la testa tra le mani. Singhiozzava convulsamente, tanto che dovetti avvicinarmi in punta di piedi per non spaventarla. Sii trasparente, mi dissi.
“Come hai potuto Edward?”, balbettò con voce malferma.
Mi bloccai, e rimasi a guardarla. I ricci, perennemente sparati verso l’altro, adesso erano afflosciati, privi di vita.
“Madre..” cominciai.
“Non sono ancora pronta per vederti morire in guerra, Edward”, mi interruppe, con voce più ferma. Mi guardava con gli stessi occhi di un cerbiatto spaventato. Nel buio della cucina, i suoi occhi brillavano dei riflessi della luna, dandole un aria spettrale. Non che la sua espressione fosse da meno, comunque.
Si alzò e, a sorpresa, me la ritrovai tra le braccia, mentre mi guardava con un’aria implorante sul viso. La strinsi ancora più forte a me, e lei prese a piangere silenziosa sulla mia spalla.
La trascinai su una sedia, dove, poco a poco, si calmò. Il suo respiro si fece a poco a poco più regolare, fino a diventare lento e profondo. Mi distrassi un attimo per dare una fugace occhiata alla notte fuori dalla finestra e la ritrovai addormentata su di me.
Con quanta più delicatezza mi era possibile, mi alzai dalla sedia di legno, che cigolò in risposta all’assenza di peso.
Mi trascinai su per le scale, con lei in dormiveglia appesa alle braccia. A stento muoveva le gambe, tanto era stanca. Sicuramente la signora Hart, svegliata da tutto il trambusto che si era creato in casa sua, aveva sentito l’indomabile bisogno di chiamare mia madre per avvertirla di tutto. E da lì in poi, tutto in discesa. Mia madre si era alzata di corsa, e mi aveva aspettato per ore in cucina, apprensiva com’era, chiedendosi se sarei mai tornato.
Adagiai mia madre sul letto di metallo cigolante. Avrei dovuto riparare al più presto la testata: il ferro nero era quasi completamente ingiallito. Per mia fortuna, mia madre non aveva mai fatto caso all’apparire della nostra casa, dato che di ospiti ne venivano così pochi. La lasciai sul letto, rimboccandole le coperte con cura. Prima di trasferirmi nella mia stanza, le asciugai con l’indice le ultime lacrime che si erano trattenute tra le folte ciglia.
Cercai di mantenere un passo felpato anche quando cominciai a camminare avanti ed indietro per la camera, il viso contorto in un’espressione di dolore.
Mi affacciai alla finestra.
Era tardi, ed il silenzio mi invase le orecchie, assordandomi. L’unico insignificante rumore veniva dalla terrazza dei vicini, dove un gatto stava facendo le fusa alla luna. Beato lui. Beato a non avere tutti i pensieri che in quel momento mi frullavano per la mente, manco fosse un corteo cittadino, con tutta la gente che urla. Ma quel gatto era l’unico che mi faceva compagnia, e mi faceva da accompagnatore in quell’inferno che era la mia testa.
Lentamente, anche quel minimo suono si spense, così come tutte le luci nelle case. Erano andati tutti a dormire, magari con qualcuno accanto.
Ero solo, più che mai.
Senza volerlo, ripensai all’immagine si mia madre straziata dal pianto accucciata tra le mie braccia, come una bambina. Non osai pensare a come avrei potuto lasciarla, quando sarebbe stato il momento. C’erano così poche probabilità che tornassi a casa vivo. Al pensiero, non fui colto da nessuno brivido di paura. Secondo mio padre, ero un duro. Avevo sempre dato a quella parola un significato positivo, ma in quel momento non ne ero più tanto convinto.
Già, mio padre. Lo stesso padre che, fino a pochi mesi prima, smaniava dalla voglia di andare in guerra. Tanto che, dopo appena qualche settimana, era arrivata una lettera dell’esercito, con le condoglianze da parte di tutte le unità del corpo armato. Dopo quello, non vidi mia madre per giorni interi, essendosi lei rinchiusa nella sua camera. Io, d’altro canto, mi rinchiusi nel locali dove, ogni sera, mi ubriacavo di nascosto, per soffocare quel senso di perdita enorme.
Fu un momento terribile. Solo grazie ad alcuni vicini, che mi vedevano sempre rientrare a casa tardi la sera, riuscii a rimettermi in carreggiata.
Se pure io avessi fatto la stessa fine di mio padre, mia madre ne sarebbe morta.
Appoggiai la testa la vetro ghiacciato della finestra, convinto che gelarmi il cervello non sarebbe stata una cattiva idea, dopotutto.
Toc, toc. Mi destai subito e mi rimisi in piedi. Toc. Un altro sassolino che sbatteva contro la finestra. Mezzo intontito, passai la mano sul vetro, per togliere l’alone appannato.
Una sagoma tremolante, coperta da una mantella blu notte lunga fino ai piedi, era sotto il mio davanzale. Appena alzò lo sguardo, non ci furono più dubbi su chi fosse.
Il mio angelo.
Volse lo sguardo verso di me, facendomi ammirare i suoi occhi marrone cioccolato trepidanti d’attesa. Senza pensarci, chiusi la finestra e di corsa volai al piano di sotto, infischiandomene dello scricchiolio del pavimento.
Inciampai varie volte, nonostante il tragitto fosse corto. Arrivato davanti alla porta principale, aprii e me la trovai davanti.
Era più bella di sempre.
Come avevo già notato la prima volta che l’avevo vista, il blu le stava d’incanto, esaltandole il candore meraviglioso della pelle. Sotto il mantello, scorsi un abito marroncino poco vistoso. Semplice. Senza fronzoli o merletti, proprio come l’adoravo. Si tolse il cappuccio, liberando la chioma castana sulle spalle, ancora addobbata di alcuni boccoli flessuosi resistiti alle sue dolci spazzolate. La pelle del viso, prima corrugata quando mi guardava sotto la finestra, adesso era distesa e liscia come seta.
Mi si inchinò davanti, in segno di reverenza. Per ultimo abbassò il viso, rivolgendolo verso terra. Allora cedetti.
Le misi la mia mano gelida sotto il mento, facendole alzare il volto verso di me. I suoi occhi, che ora mi fissavano, erano intrisi di una dolcezza stupenda.
Lentamente, si alzò, in modo da far adattare il vestito alle sue forme. Ci guardammo a lungo: era come se potessi perdermi nella profondità dei suoi occhi.
Non parlò. Aspettava che lo facessi io.

al prossimo martedì! Commentate!

martedì 27 ottobre 2009

Quinto capitolo di Until The Time Is Through!!!

Buon pomeriggio twlighters!

ecco qua un altro capitolo, il quinto, della mia fanfiction, Until The Time s Through. Spero che vi siano piaciuti gli altri quattro capitoli, e vi auguro, come sempre, buona lettura!
Vi aspetto numerosi nei commenti!

“Mi vogliate scusare, miss Claire! È stato un terribile incidente. Non mi sarei mai permesso..” cercai di spiegare.
“Che succede qui per stramazzare in questo modo?”
Oh, per la miseria!
Il signor Hart si stava dirigendo verso di me con aria circospetta, mentre i suoi occhi viaggiavano da me a sua figlia. Si vedeva benissimo dal suo viso cosa gli stava passando per la mente in quel momento: stupore, meraviglia, ma soprattutto rabbia.
Non disse nulla, e continuava a fissarci incredulo, con l’occhio destro traballante.
“Padre..” cominciò Claire, “io non c’entro niente!”. Che lealtà, grazie!
Il padre distolse lo sguardo dalla ragazza, per rivolgere le sue attenzioni solo a me. Era il momento di parlare. Comportati da uomo! Mi dissi.
“Signore, posso spiegarle tutto”. Ma non sarà facile, completai mentalmente.
“Sto aspettando”, mi ringhiò lui. Aveva la mascella così tesa che, molto probabilmente, a breve si sarebbe rotta tanta era la pressione.
“Ecco, veramente, cercavo sua figlia Isabella”.
“E questo ti dovrebbe in qualche modo giustificare?!” sbaritò lui, fuori di sé.
“No, signore. Mi lasci spiegare”.
Non mi lasciò finire, interrompendomi con un gesto mellifluo della mano. “Ragazzo, scegli con molta cura le tue parole, perché ti trovi in una situazione spinosa”, aggiunse. Ormai aveva gli occhi di fuori. Chissà che idee si stava facendo.
Starà pensando che io sia un maniaco. Avrei dovuto pensare alle eventuali complicazioni, prima di fare una cosa del genere in piena notte.
Nota per il futuro: non intrufolarsi mai in casa di una ragazza; potrebbe essere estremamente pericoloso. Oltretutto, il padre di lei potrebbe farsi strane idee.
“Signore, volevo avere un colloquio privato con vostra figlia, ma non ne ho avuto l’occasione. Così, stanotte, mentre ero a casa, ho pensato di venire. Ho bussato alla porta, ma non ho ottenuto risposta. Mi sono arrampicato su per il balcone, ma come potete vedere, sono capitato per sbaglio nella stanza sbagliata”.
Non so come, ebbi pure il coraggio di stamparmi un mezzo sorriso scemo in faccia. Ma, dopo tutti i miei sforzi, il signor Hart sembrava ancora più mortificato di prima.
Passarono minuti eterni, prima che il padre di Isabella tornò a sfoggiare un colorito normale. Boccheggiò più volte, come se tentasse di parlare ma non ci riuscisse.
Claire non aveva proferito parola per tutto il tempo, e continuava a guardare il padre con aria estremamente preoccupata. Sicuramente stava sperando che il padre, una volta cacciatomi di casa, non se la prendesse con lei.
Quanto a me, ero piuttosto tranquillo. Comunque fosse andata, Isabella avrebbe saputo che ero venuto lì per lei. E questo l’avrebbe fatta riflettere.
Mi misi a guardare di nuovo Claire, che nel frattempo stava cominciando a rilassarsi, vedendo il viso del padre diventare nuovamente rosa pallido.
Anche lei mi guardava, e non solo. Mi mandava maledizioni a raffica con il labiale. Mi fece sorridere. Era buffa, mentre cercava di gesticolare il meno possibile.
Sempre con il labiale, la pregai di informare sua sorella della mia visita, e di parlarne con lei. Anche se continuava a ondeggiare la testa da destra a sinistra in segno di protesta, sapevo che avrebbe fatto quello che le avevo chiesto.
Si sa, si deve sempre accontentare un uomo che sta per essere giustiziato.
Tornai al padre, che ci guardava stranito, con il sopracciglio destro alzato. Ops.
Ma ancora non parlava, e io abbassai lo sguardo. Ci mancava solo che si arrabbiasse con me anche per mancanza di rispetto.
Anche se non lo guardavo, sentivo le sue ondate di rabbia direttamente sulla nuca.
“Ringrazia che mia moglie non si sia svegliata con tutto questo trambusto, perché sarei costretto a fare diversamente, in quel caso” mi disse, infine.
Lo guardai confuso, e lui mi rispose con un sorrisetto compiaciuto, prima di continuare:
“Vai subito fuori da questa casa”, ringhiò. Lo vidi alzare la mano verso la porta della stanza, facendomi segno di uscire.
“Ma signore..”
“Fuori!” gridò, guardandomi negli occhi. Ogni molecola del mio cervello mi diceva di andarmene di corsa da lì. Ma chissà perché non lo feci, e il signor Hart, vedendo che non muovevo un muscolo per andarmene, decise di venire a farmi da scorta. Mi prese per la maglietta, trascinandomi di forza per le scale.
Attraversando la casa, cortesemente scortato dal padre di Isabella, elegantemente vestito con una vestaglia a righe azzurra, cercai qualsiasi appiglio. Dovevo trovare qualcosa da dire di intelligente. Che speranza vana, dato che io, di cervello, quella sera, non ne avevo avuto.
Di colpo, mi ritrovai nel gelido freddo notturno, a pochi metri dall’uscio della villa bianca che era casa Hart.
Sulla soglia della porta, il padrone di casa mi guardava tutto compiaciuto, godendo fino infondo per la mia figuraccia.
“Non farti più vedere. E se stai pensando che avrai ancora la possibilità di vedere mia figlia, beh, ti sbagli di grosso, ragazzo”disse. Visto che non rispondevo, mi chiuse la porta in faccia, facendo un putiferio enorme.
Ma aveva ragione, ero stato uno stupido. Perché era troppo difficile, per me, pensare alle conseguenze delle mie azioni. No, dovevo assolutamente andare lì, di notte, per vederla, rischiando di far infuriare il padre, cosa che effettivamente era successa davvero. Che idiota.

Al prossimo martedì!

mercoledì 21 ottobre 2009

Until The Time Is Through capitolo 4!

Buongiorno twilighters!

Mi scuso infiitamente per non aver pubblicato la mia fanfiction ieri, causa problemi tecnici.

Ve la posto oggi, con l'augurio che piacerà. Non mi resta che augurarvi buona lettura e soprattutto di commentareeee!



“Edward, cosa pensi di fare?”. La voce di mia madre mi risvegliò dal mio turbine di pensieri.
“Riguardo cosa?”, risposi, alzando a malapena lo sguardo verso di lei.
“Gli Hart mi sollecitano a dirti di affrettarti: Isabella ha già avuto molte richieste di matrimonio e, volente o nolente, non potrà tenersi libera per sempre”.
Raggelai.
Si stava tenendo libera? O erano i suoi genitori che volevano la nostra unione? Mia madre mi ignorò per alcuni momenti, e io non le domandai niente. Ma, alla fine, la sua vena pettegola ebbe la meglio sul resto. Si voltò verso di me e, dopo un evidente sbuffo, cominciò a parlare.
“è molto determinata: dice che già sa quello che vuole. Sua madre cerca di farla ragionare, ma la ragazza continua ad essere di una risolutezza snervante”, concluse, con aria irritata. Ovviamente attendeva la mia reazione.
“E potrei sapere, di grazia, cos’è che vuole?”. Il cuore mi batteva all’impazzata. A mille più uno.
“Lei vuole te”.
Dopo quell’affermazione, io mio cuore si fermò. Non so per quanto tempo rimasi a fissare i fornelli arrugginiti della cucina, ma bastò per far andare mia madre fuori dai gangheri. Aspettò più o meno pazientemente che mi riprendessi.
“Cosa?”, domandai infine.
“Quello che hai sentito”, mi rispose lei. Nel contempo, prese la borse e andò verso la porta.
“Dove andate?”.
“Devo andare al mercato con i domestici per decidere cosa preparare stasera per la cena. Ma ti avverto, ti sto dando un ultimatum: hai due giorni per decidere cosa fare e, in caso, fare l’eventuale proposta. Vado, a dopo”.
Si portò la sciarpa al collo, chiuse la porta alle spalle e se ne andò.
Mi ritirai subito nella mia stanza, per riflettere. Preparai la vasca, e mi ci infilai. A volte, un bagno caldo riesce a schiarire le idee e soprattutto a rilassare i muscoli.
Sapevo cosa fare, ovviamente: l’avrei sposata. E lo avrei chiesto nel modo più romantico possibile, in modo che lo ricordasse per il resto dei nostri giorni.
Volevo tenerla vicino a me, stringerla tra le mie braccia. Proprio in quel momento.
Quando uscii dalla vasca, andai subito verso l’armadio. In diciassette anni di vita, quella fu la sola ed unica volta in cui non trovai niente di adatto da mettere.
Alla fine, optai per una camicia grigia e un paio di pantaloni beige con la riga in mezzo. Misi anche un cappello,per evitare di farmi riconoscere dal vicinato a quell’ora della notte.
Feci di tutto per non svegliare mia madre, che nel frattempo era andata a dormire.
Quando fui uscito, le stelle brulicavano nel cielo come fiori in una radura. Infondevano tranquillità. In fondo, ne avevo bisogno molta per quello che stavo per fare.
Appena arrivai a destinazione, mi aggirai attorno alla casa come un ladro. Mi accertai che non mi avesse visto nessuno, e detti tre colpi secchi alla porta.
Nessuna risposta.
Le luci erano accese. Restai lì impalato per almeno altri venti minuti, pronto a scattare verso casa in qualsiasi momento.
D’improvviso, mi decisi ad entrare, anche se ormai le luci si erano spente ed era tutto buio.
Arrivai sotto un balcone imperlato dalla rugiada notturna: riuscivo a intrevedere una sagoma femminile dalle forme aggraziate.
Lei era lì.
Non potevo scorgere il suo volto, poiché l’oscurità era tale da far risaltare solo le sagome illuminate dalla pallida luna.
Mi arrampicai su un albero, e riuscii a malapena ad arrivare sano e salvo sul balcone. Lei era girata verso il bosco che attorniava la casa, dandomi le spalle. Non mi aveva ancora visto, per fortuna. Mi avvinai di soppiatto, per coglierla di sorpresa.
“Buonasera, mia dolce damigella”, le dissi soavemente.
Quando mi vide, lanciò un urlo così forte che probabilmente era riuscita a svegliare tutto il vicinato. Anche io urlai.
“Edward, che ci fate qui?”, mi urlò contro la ragazza con voce gracchiante. Istintivamente mi coprii il viso con le mani.
Al prossimo Martedì!

martedì 13 ottobre 2009

Until The Time Is Through capitolo 3!

Buon pomeriggio!
Una giornata intensa eh?

Vi posto il nuovo capitolo della mia fanfiction, Until The Time Is Through. Spero vi siano piaciuti i primi due capitoli, e vi assicuro che andando avanti sarà più interessante.

Mi raccomando, commentate numerosi! Voglio le vostre opinioni!

Enjoy!


“Madre, questi vestiti vanno bene per un appuntamento galante?” Mi mostrai a mia madre, evidenziando il mio abbigliamento scelto appositamente per l’occasione. Ne fu entusiasta.
“Hai lo stesso gusto nel vestire che aveva tuo padre da giovane. Sei perfetto”, mi disse, orgogliosa.
Mi guardai allo specchio, prima di varcare la porta della cucina per raggiungerla.
Indossavo una camicia bianca, con sopra una giacca blu. Anche i pantaloni era blu, dato che facevano parte del completo. Avevo fatto il possibile per attenermi al tipo di abbigliamento richiesto quando si andava in uno dei teatri più eleganti dell’intera Chicago.
Qualche giorno prima, infatti, avevo avuto il coraggio di invitare Isabella a vedere un’opera teatrale con me. Da soli. E lei aveva accettato.
Ovviamente mia madre era stata prontamente informata dell’accaduto dalla signora Hart, la donna più pettegola che avessi mai conosciuto.
Infilai i gemelli nei buchi della camicia ed entrai in cucina.
Appena vidi mia madre ai fornelli, andai subito in suo aiuto. Non per qualcosa, ma lei, di cucinare, non ne sapeva niente. Certo, se la cavava piuttosto bene con i piatti semplici, senza impegno. Quando invece cercava di cimentarsi in qualcosa di più complicato, per me erano dolori.
“Lasciate fare a me” le dissi, facendola delicatamente scostare dai fornelli. Stava cucinando l’anatra all’arancia per gli ospiti di quella sera, che sarebbero dovuti arrivare da un momento all’altro.
Argutamente, mia madre aveva pensato di invitare gli Hart a casa, mentre io ed Isabella saremmo stati a teatro. Era ovvio che l’argomento della serata saremmo stati noi.
Appena finii di sbucciare l’arancia, le lasciai il posto, le detti un bacio leggero sulla fronte e me ne andai.
Era un’occasione speciale: avevo pensato che farla sentire una principessa sarebbe stato magico, e non lo avrebbe dimenticato mai.
Avevo affittato una vecchia carrozza decorata con merletti laccati d’oro, proprio per ricreare l’effetto fiabesco. L’avrei condotta a teatro come fosse la regina d’Inghilterra. Anzi, la mia regina.
Mi sistemai al posto del cocchiere e presi le redini. Avrei voluto avere davanti due cavalli da traino bianchi, ma quando lo chiesi al contadino che mi aveva affittato il mezzo, mi rise in faccia. In effetti, non si poteva avere tutto.
Arrivai a casa Hart dopo pochi minuti di viaggio tranquillo. Durante tutto il tragitto, avevo attirato l’attenzione dei vicini con il mio cocchio, e si erano affacciati tutti dai balconi per osservarmi. Una bambina, tra tutti, tirava la giacca al padre ,indicandomi.
L’unica luce accesa in casa era in camera sua. La vedevo attraverso la finestra a vetri vestirsi, indecisa se mettere o no la collana di perle. Come sospettavo, scelse di lasciare il collo libero, optando per la semplicità.
Finché non la vidi affacciarsi dalla finestra, non riuscii a suonare il campanello. Non volevo si agitasse per il suo lieve ritardo.
Neanche due minuti dopo, eccola spuntare dalla porta, più bella della luna, quella sera. Avevo avuto ragione, la prima volta, quando avevo notato la piccola luce che irradiava la pelle candida di Isabella. Alla luce della luna, era ancora più evidente.
Era bellissima. Istintivamente, mi chinai verso terra, in un teatrale inchino. Senza abbandonare il suo sguardo.
“Che state facendo?” mi chiese, ostentando un mezzo sorriso.
“Mi inchino alla vostra bellezza, mia signora. Stasera, la Luna si dovrà nascondere dalla vergogna, di fronte a voi”.
“Alzatevi, vi prego. Mi lusingate troppo”, rise lei. Mi porse la mano, così che io potei baciarla. La scortai fino alla carrozza. Quando la vide, la bocca le si aprì leggermente, e le pupille le si dilatarono. L’avevo colta di sorpresa.
“Posso aiutarvi a salire?”
“Grazie”, mi rispose. Si appoggiò alla mia mano, fece forza e poggiò il piede sul primo scalino della carrozza. Appena entrò e si fu sistemata, ripresi la mia postazione di guida e partii.
Ci allontanammo dal viale di casa sua, e lei si affacciò dalla piccola finestrella dietro di me, per conversare amabilmente, come le piaceva fare.
“Come mai avete deciso di portarmi a teatro su una carrozza?”, mi domandò.
“Stavo sentendo mia madre parlare di qualche regina europea che gira ancora per la città in carrozza. Allora mi sono chiesto: perché non portarla a teatro su un cocchio?”. Le sorrisi.
“Siete stato molto dolce, grazie”.
“è stato un piacere per me”, ammisi. A quel punto, anche lei mi sorrise. Scosse i capelli, sempre sorridendo, con quell’aria di bambina felice.
Arrivammo a teatro, ed Isabella diventò letteralmente euforica. Continuava a sorridermi ancor prima di entrare. Mi raccontò di non essere mai stata a teatro, che tutti gli inviti per uscire erano sempre stati rivolti a sua sorella. E che lei, essendo la secondogenita, non era mai uscita con un uomo per un incontro galante. Ero il primo, e la cosa mi lusingò molto.
Per lo spettacolo, ero riuscito a riservare il palco centrale della sala, di cui Isabella parve essere entusiasta. La feci accomodare sulla sedia, facendo gli onori alla mia ospite.
Appena si spensero le luci, cominciò subito lo spettacolo. Avevo sistemato la mia poltrona accanto alla sua, in modo che i nostri gomiti si sfiorassero.
Non guardai neanche un minuto dell’opera, dato che ero così intento ad ammirare la mia regina. A volte, sentivo anche il suo sguardo poggiarsi su di me, e facevo di tutto per incrociarlo. Quando succedeva, riuscivo pure a strapparle un sorriso. E ogni volta, chissà perché, lo spettacolo diventava più piacevole. Era così bello averla vicino.

Le due ore successive trascorsero lentamente, ma quando finalmente finirono, tirai un sospiro di sollievo. Che sofferenza.
Le chiesi, appena usciti, se potevo invitarla a mangiare qualcosa in un ristorante ma, mio malgrado, mi disse che doveva rientrare subito. Non avevo altre scuse per passere altro tempo in sua compagnia.
Durante il viaggio di ritorno, Isabella insistette per sedersi accanto a me, fuori dall’abitacolo. Non so quale misteriosa forza mi trattenne dal toccarla o baciarla. Ma alla fine riuscii a portarla a casa.
Si lasciò accompagnare alla porta, un piccolo sorriso che illuminò tutto il suo volto, e anche il mio, e sparì dietro le mura spesse di casa sua.
La serata mi sarebbe dovuta servire per rendermi conto se potevo stare o no senza di lei…
In quel momento, la risposta mi parve ovvia. Non ero neanche rimontato sulla carrozza che già mi mancava.
Spero vi sia piaciuta, e vi aspetto il prossimo martedì!
Baci,
Gisa

martedì 6 ottobre 2009

Until The Time Is Through cap 2!

Buon pomeriggio twilighters!

Oggi vi posto il secondo capitolo della fanfiction che sto finendo di scrivere, "Until The Time Is Through". Spero che il primo capitolo di martedì scorso vi sia piaciuto.
Vi raccomando di commentare!
Buona letturaaa!


Sciatta e minuta come mia madre, la ragazza aveva i capelli di uno strano color topo. Per di più, aveva un che di strano nel viso: i lineamenti erano dolci, ma gli occhi erano grigi, assolutamente privi di vita. Da come mi guardava, sembrava fosse capitata davanti a noi per caso.
Vidi mia madre voltarsi verso di me e fissarmi, e io feci in tempo a cambiare espressione. Evidentemente, stavo facendo innervosire i genitori della ragazza. Il signor Hart fece un colpetto di tosse, che era un qualche segno per la moglie che, in quel momento, trascinò mia madre fuori dalla mia portata, parlandole a vanvera delle sue nuove peonie.
Cercai di trovare un modo per scrollarmi la ragazza di dosso, ma lei mi guardava esitante, e non potevo lasciarla in quel modo. Poco dopo, distolse lo sguardo pure lei, delusa.
Per quanto ne sapessi, stava cercando di scaricarmi in qualche modo, perché si guardava in giro smaniosa.
Appena trovò un appiglio per scappare in camera, lo sfruttò subito: decise di presentarmi la sua adorabile sorella. A quanto pareva, anche lei era in età da marito, ma non ne voleva sapere di sposarsi.
Mi portò davanti ad una siepe perfettamente potata, dove avrei dovuto aspettare che lei chiamasse sua sorella.
Mi guardai intorno per cercare mia madre, e la vidi ancora sotto il gazebo, con la signora Hart, intenta a discutere animatamente di fiori e piante. Conoscendola, si stava annoiando molto.
“Edward, volevo presentarvi mia sorella minore, Isabella. Bella, lui è Edward Anthony Masen, il figlio della signora Masen”, disse Claire, con voce fiera ed altezzosa.
Accorgendomi delle sue parole, mi voltai di scatto verso le due sorelle, a cui prima davo di spalle.
Appena la vidi, rimasi estasiato dalla visione. La ragazza che stava accanto a Claire, assolutamente diversa dalla sorella, brillava di una luce pallida, quasi non visibile. Il candore delle sue guance, così soffici e delicate anche a prima vista, era meravigliosamente accompagnato da due chiazze rosee. Stava arrossendo.
Gli occhi color del cioccolato, profondi e timidi, si nascondevano tra le lunghissime ciglia, cercando di non guardarmi.
L’abito blu che indossava le accarezzava dolcemente le forme del corpo, esaltando la carnagione chiara, quasi lucente.
Era un angelo.
“Onorata di conoscervi, Edward”, disse, inchinandosi. Per ultimo chinò la testa, con fare teatrale. Avrei potuto scrivere un poema solo sulla grana e il timbro della sua voce, così delicata, così soffice, quasi come le guance.
Mi accorsi che si aspettava dicessi qualcosa. Rovistai nella mente per cercare qualcosa con cui continuare la conversazione, altrimenti ferma a due dialoghi.
“Piacere mio, Isabella. Prego, alzatevi”, riuscii infine a dirle.
Quando si rialzò, i nostri occhi si incontrarono, e fu come entrare in paradiso. Sembrava che anche lei pensasse la stessa cosa.
Visto che avevamo terminato di parlare, Claire ci abbandonò sbuffando. Mormorò qualcosa, indispettita, ma non me ne curai.
Alla vista della sorella che se ne andava, Isabella si sbloccò, cercando di domandarmi qualcosa.
“Allora, Edward, di che vi occupate? Anche voi in procinto di arruolarvi nell’esercito?”, mi chiese, d’un tratto. Nel farlo, abbassò lo sguardo, dispiaciuta.
“A dire il vero, tutto dipende dall’esito della giornata di oggi. Se riuscirò a trovare…”
“A trovare una futura moglie entro oggi, volete dire?”, mi interruppe lei, guardandomi di nuovo fisso. La sua intraprendenza mi sorprese.
“Stavo per dire una soluzione, ma vedo che avete intuito di cosa parlo. Ma ditemi di voi.. qualche ricco marito in vista?”, domandai, desideroso di sapere la risposta.
“Oh, per carità, spero di no! A meno che non incontri il vero amore, e ne dubito fortemente, preferisco rimanere sola con i miei libri per tutta la vita. Diverrò, per i figli di mia sorella, la zia strana, che non è riuscita a trovare marito in età giusta”. Si rivolse verso di me, pronunciando l’ultima frase. Forse intendeva vedere la mia reazione, forse comunicarmi qualcosa.
Mi accorsi che c’eravamo incamminati nel giardinetto dietro la casa solo quando la vidi sfilarsi le piccole scarpette blu, in tinta col vestito.
Dall’espressione e il sorrisi che vidi dipingersi sul suo viso, le piaceva il contatto tra la pelle e l’erba fresca appena falciata.
Non mi sentii di imitarla.

Isabella lasciò ricadere il viso verso il basso, guardandosi i piedi liberi. Mi feci più vicino, per sussurrarle all’orecchio. Non avevo ancora finito di parlare.
“Sapete, per me è lo stesso. Cercherò di sfuggire alla guerra solo se incontrerò una persona che mi renda felice, e che possa farlo per tutta la vita. Ma, nel caso contrario, non esiterò adarruolarmi. Sarà l’ultima delle mie scelte, se non troverò intoppi”.
Ci lasciammo cadere su una panchina, e mi permisi di guardarle le guance. Erano così delicate.. solo sfiorandole forse si sarebbero rovinante.
“Avrei una cosa per voi” le dissi, attirando il suo sguardo verso di me.
“Per me?” mi chiese, di rimando. Appariva sinceramente sorpresa.
“Per voi”. Preresi una delle rose rosse che vidi nella siepe accanto alla nostra panchina e gliela porsi.
Alla vista di quel modesto fiore, le guance di Isabella diventarono di un rosso scarlatto, quansi da far invidia alla mia rosa rossa. In quel momento, l’impeto di toccarla fu così forte che quasi mi bruciavano le mani. Ma non mi permisi di farlo per nessuna ragione.
Lei continuava a rigirarsi la rosa nelle mani, attenta a non toccare le spine. La annusò più volte, prima di rigirarsi verso di me.
“Siete stato molto premuroso, grazie” mi disse, e ricacciò il viso contro i delicati petali della rosa.
“Un piacere, non dovete ringraziarmi”, le risposi, guardando i suoi capelli arruffati. Fintanto che lei non poteva vedermi, io potevo guardarla e ammirare tutto il suo splendore senza timore di venire giudicato male. Se fosse stato il contrario, non sarebbe stato un comportamento da corretto gentiluomo.
Nei minuti che seguirono, sperai che dicesse qualcosa, o che finisse di annusare la rosa, e mi guardasse. Ma non lo fece e poco dopo, fin troppo poco, oserei dire, la madre di Isabella ebbe bisogno di aiuto con i dolci da portare al tavolo, e a malincuore dovetti lasciarla andare.
Ora che Isabella se n’era andata, ero libero di studiarla con lo sguardo, a distanza. A volte, incrociando i suoi occhi, riuscivo ad estorcerle un sorriso debole, ma luminoso come il sole.
Non ero ancora sicuro dei miei sentimenti. Valeva la pena di rinunciare alla guerra per lei? Se non avessi chiesto la sua mano, me ne sarei pentito? E, se l’avessi fatto, me ne sarei pentito lo stesso poiché ero stato troppo precipitoso? L’amavo davvero, o era solo una semplice infatuazione?
Ma una domanda si stagliava su tutte, una a cui non potevo rispondere da solo: anche lei provava questo per me?
Certo, non potevo sapere se l’avrei sposata. Ma mi aveva incantato, come il canto delle sirene ammaliava i marinai.
La sua voce, il suo profumo di fresia, il suo sorriso, il modo in cui arrossendo si guardava i piccoli fragili piedi.. tutto, di quello che faceva o diceva, era per me come l’opera più bella al mondo, eseguita dalla migliore orchestra.
I pensieri mi vorticavano turbinosamente in testa.
Non sapevo cosa mi stesse succedendo.

Ci ritrovaimo il prossimo martedì!
Baci,
Gisa.

martedì 29 settembre 2009

Fanfiction-"Until The Time Is Through"-cap1

Buonasera twilghters!!

Oggi come promesso appuntamento fanfiction!

Iniziamo oggi col il primo capitolo della fanfiction "Until The Time Is Through" scritta da Gisa, e nei martedì a venire pubblicheremo i successivi.

Pronti ad un viaggio nel tempo? Il racconto ci porta ai primi del novecento...

Fateci sapere che ne pensate nei commenti;)
Enjoy!


Capitolo I

Tenevo ancora la lettera dell’esercito in mano, cercando di riordinare le idee. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato anche il mio momento, così come per mio padre. Ma non mi aspettavo fosse così presto.
La guerra esercitava una certa attrattiva su di me, ma non potevo nascondere il mio terrore verso quelle poche parole scritte in piccola battitura.
“Edward, fammi vedere cos’è quella lettera”, mi disse mia madre con voce autoritaria. Si sporse versi di me, strappandomi la lettera dalle mani.
La guardai leggere attentamente, guardai come le pupille degli occhi si facevano sempre più vuote, come si riempivano di terrore. Una copia amplificata del mio.
“Non andrai”, disse d’un tratto.
“Madre, non andare sarebbe come tradire il mio paese, lo sai. Non posso non andare.” replicai io con voce monotona.
“Ora vedremo. Intanto, una cosa è assolutamente certa: domani tu verrai con me alla cena degli Hart. Non accetterò questa lettera…” disse, portando in alto la mano che stringeva la lettera dell’esercito, “…come scusa. Ti presenterò alla loro primogenita, e tu sarai un gentiluomo”.
Si congedò così, lasciandomi inebetito in sala da pranzo. La guardai risalire le scale con la testa bassa, simile ad un cagnolino triste ed indifeso.
Ondeggiava leggermente per quel goccio di vino di troppo che aveva bevuto per digerire meglio la mia imminente partenza con la tuta mimetica.
Per lei, bere era un modo per dimenticare, come per molte altre persone. All’interno del quartiere dove abitavamo questo non le faceva onore, ma nessuno si sarebbe mai sognato di darle della vigliacca. Aveva dovuto sopportare l’abbandono del marito, per lo stesso motivo per cui, probabilmente, avrebbe dovuto sopportare il mio.
Quindi, per tutti, era una donna forte, nonostante la sua statura. Poco più alta del metro e trenta, la prima cosa che si notava di lei era l’infinità di ricci, vaporosi riccioli rossi, che le facevano guadagnare qualche centimetro in altezza.
Con enorme generosità, mi aveva donato due splendidi occhi verde smeraldo, di cui si vantava sempre.
Ma il difetto più evidente- che per lei era una qualità- era la testardaggine. Proprio per questo mi ero lasciato presentare a tutte le ragazze di Chicago, per questo sarei andato alla cena la sera successiva, facendo buon viso a cattivo gioco. L’avrei accontentata, certo. Probabilmente era l’ultima cosa che avrei potuto fare per farla contenta, e non avrei esitato.

Il pomeriggio seguente, la mia stanza era un manicomio. Mia madre mi aveva fatto cambiare tante di quelle volte che tutti i miei vestiti erano ammassati in modo indistinto sul letto, e ancora non eravamo soddisfatti del mio aspetto. A detta sua, dovevo essere perfetto. Non avrebbe sopportato che un dettaglio futile come l’abbigliamento avesse decretato una sconfitta quel giorno. E una vittoria vedeva me con un abito e un anello al dito.
“Aspetta di vederla, prima di parlare, Edward”, continuava a ripetere mia madre, come una cantilena. Con quelle guance rosse nello sforzo di infilarsi un vestito pregiato di quando era più giovane, sembrava un giullare.
Mi avvicinai per aiutarla a chiudere la cerniera, sul punto di esplodere.
“Madre, se la ragazza è come la ricordo, è meglio che vada subito a preparare la valigia e la tuta mimetica: si va in guerra!” la canzonai. Mi guardò in faccia, lanciandomi un’occhiataccia che avrebbe fatto ridere anche una statua. Le sorrisi, e lei si voltò di scatto imbronciata.
Quando si rese finalmente conto che era fisicamente impossibile entrare nel vestito di almeno mezzo secolo prima, si mise a frugare nell’armadio.
Optò per una semplice gonna beige e una camicetta bianca.
Mi risparmiai la tragedia scarpe, e uscii all’aperto per prendere un po’ d’aria.
“Sarà sicuramente viziata e schizzinosa, per non parlare della sua profondità pari ad una pozzanghera”, mi dissi, cercando di essere convincente. Era difficile essere realisti e dire che probabilmente questa donna, il qualsiasi modo fosse stata, sarebbe diventata mia moglie. Appena realizzai che stavo per diventare il marito di qualcuno, mi venne mal di testa.
Avevo appena diciassette anni, santo cielo!
Appoggiai la testa allo stipite della porta, in attesa. Chiusi gli occhi, mi fu facile far finta di essere contento di quella cena. Peccato che non ero un granché come attore, e convincere gli altri invitati che ero entusiasta di essere lì con loro non sarebbe stato facile.
Assorto nei miei confusi pensieri, non sentì mia madre venirmi vicino finchè non mi scosse con forza, prima di passare avanti a me, verso la nostra malandata e vecchia carrozza. Avrei guidato io, mentre la mia dolce madre sarebbe stata nell’abitacolo, come una vera signora d’altri tempi.
Ad ogni metro che facevamo per avvicinarci alla casa degli Hart, il mio cuore perdeva un battito. Solo così mi resi conto di essere arrivato a destinazione. Perché, per un secondo, il muscolo che mi ritrovavo al centro del petto smise di battere.
E non solo perché non ero mai stato così agitato, ma perché avevo appena visto la casa che apparteneva ai miei probabili futuri suoceri: l’edificio più mieloso che avessi mai visto. Ogni sommità e muratura era ornata con miriadi di merletti di legno verniciati di bianco. Feci una smorfia.
Feci scender mia madre, che rimase sorpresa quanto me dalla facciata di quella casa.
Entrati in casa, notai subito la grande tavola imbandita per la festa. Un’infinità di gente le girava attorno, ammirando tutte le pietanze varie esibite in grande stile sulla tovaglia.
Appena vidi i proprietari di casa venirci incontro, raggelai. Ovviamente, tra loro c’era la mia futura sposa.
“Io quella non la sposo” sussurrai appena muovendo le labbra a mia madre, che sia era attaccata a me. Riuscì a malapena a trattenere un sorriso, guadando la sua espressione terrorizzata.
“Shh! Sii gentile e sorridi”, mi rispose lei, con il sorriso forzato più evidente del mondo.